My life in Cambodia: animali da ufficio

Vi siete mai chiesti com’è lavorare in Cambogia?

Io no.

E tutt’ora non me lo chiedo perchè magari in Cambogia si lavora diversamente ma nel mio ufficio va così e prendiamola come viene. Innanzitutto non c’è l’aria condizionata. Questo fattore fa già scappare il 99% dei fricchettoni in cerca di se stessi ma che il Sud-Est-Asiatico-è-la-nuova-India-e-allora-ci-ammazziamo-di-cannoni.

Abbiamo un gigantesco ventilatore del 1996 che crea una bora calda e appicicaticcia che ti lascia una patina di polvere e sudore sul computer e sul corpo la quale si rigenera automaticamente alle 8.30am ogni mattina entrando in ufficio. Se non altro è una protezione naturale contro l’invecchiamento (credo). Il suddetto ventilatore che per comodità chiameremo Mike, non cambia il fatto che ci sono 38 gradi all’ombra – percepiti 286, e che in ogni caso suderai.

Suderai. Suderai. Sudare è un mantra in Cambogia e in particolare a Phnom Penh. Ricordo che all’inizio del mio soggiorno, quando ancora il mio corpo era avvezzo alle gelide temperature londinesi, sudavo mentre facevo la doccia e uscita dal bagno sudavo ancora di più. Ora continuo a farlo ma in maniera decisamente più ganza: sudo e non puzzo, perchè sudando costantemente elimini la maggior parte delle tossine che creano il male odore e quindi semplicemente sudi acqua. Ganzo. Continua a leggere

Sui compromessi, i pigiami a fiori e i francesi aka life in Phnom Penh

bmjbnSabato. Io adoro il sabato. Il week end è appena iniziato e ci sono due giorni pieni da godersi appieno senza stress, deadlines, capi isterici che ti scrivono da Singapore ricordandoti di ricordargli di ricordarmi di trovare il tempo per quel meeting sulla nuova interfaccia del sito internet o sui nuovi tag da aggiungere…pace. Un bicchiere di succo di mela, un rooftop con una bella piscina con idromassaggio e il caos di Phnom Penh in lontano sottofondo.

E’ difficile ottenere il totale silenzio in questa capitale oppressa dal caldo e dalla cementificazione; proprio di fronte a me ora vedo dieci palazzi in costruzione, con le caratteristiche impalcature in legno e gli operai che quando non lavorano vivono dentro lo scheletro in costruzione. Il risultato alla fine sarà decente, un pugno nell’occhio dal punto di vista dello skyline architettonico, ma sicuramente specchio dello spirito di questo Paese.

Non vorrei fare la solita noiosa analisi socio-economica del paese perchè sicuramente la potete trovare in ogni guida Lonley Planet e in ogni caso è molto complessa e ambivalente, ma posso darvi il punto di vista di un residente e non di un turista, il che non fa mai male nel caso un giorno vi svegliaste con la voglia impellente di lasciare amici famiglia e amori e trasferirvi a 7 ore di fuso e 2 giorni di volo da casa vostra.

Se decidete di trasferirvi qui sappiate che dovrete abbandonare molte delle comodità a cui siete abituati:

vasca o doccia separata: le case khmer (cambogiane)  e quasi tutte le case occidentali qui non hanno la zona wc separata dalla zona doccia; c’è un unico locale con lavandino, tazza e doccia sopra la tazza, il che lo rende molto comodo nel momento in cui vi volete fare una doccia seduti, o una doccia mentre esprimete la vostra interiorità. Vi è poi un rubinetto nel mezzo del muro (totalmente a caso) per riempire il secchio per pulire il pavimento e un comodo doccino al lato del water per lavarvi le pudenda (non si usa spesso la carta igienica poichè le tubature si intasano facilmente);

mezzi di trasporto pubblico: a PP (Phnom Penh) c’è un servizio bus che costa anche una miseria (1000riel=20cent per biglietto) fa delle fermate prestabilite, ma non si sa che orari faccia. A volte vedo persone aspettare, ma non parlano inglese quindi non so come farmi spiegare e comunque non è molto comodo. I principali mezzi di trasporto sono il tuk tuk (un motorino con attaccato un risciò che costa sui 2$ a seconda della tratta), la moto (un motorino di bassa cilindrata che può portare da una a quante persone ci stanno lol) e raramente il taxi o il risciò (che io non prendo mai perchè è guidato da anziani per lo più e provo empatica pena nel vederli faticare in quel modo). Se avete abbastanza soldi potete comprare una bici (30$-70$) o una moto (200$-400$) usati, ma state attenti a chi ve li vende (qui le sòle si sprecano) e se prendere la moto fatevi dare la patente del proprietario: se vi fermano non vi chiederanno mai la vostra, ma la licenza del proprietario (qui non è “necessario” avere la patente canonica – chiunque può guidare).

Continua a leggere

Sulla solitudine diabetica e le dipartite apatiche

imageL’altro giorno ero a Wimbledon a cercare di fare acquisti per mia mamma a cui non ho fatto nemmeno un regalo di Natale. Presa dalla foga dello shopping (conclusosi in un nulla di fatto) ho perso il guanto destro e ho mollato l’ombrello nel Mall, per poi ricordarmi quasi uscita, che lo avevo lasciato su una ringhiera mentre ero intenta a cercare il guanto svanito.

Tornando di corsa indietro ho visto il primo esemplare di diabetico da quando vivo qui. Non esattamente il migliore esemplare: una ragazza sotto i trent’anni, molto in carne, con una maglia lunga, ma non abbastanza da coprirle una pancia molto sporgente che pendeva da sopra i jeans stretch; ombelico e adipe bianchissimi che vibravano come gelatina e da cui penzolava un cerotto con una base in plastica e un catetere. L’ho riconosciuto subito, il tipo che anche io uso, e nonostante la scena un po’ grottesca, mi sono sentita “a casa”, sapendo che qualcun altro condivideva la mia stessa sorte.

Perchè se è vero che i diabetici sono milioni nel mondo, è anche vero che nella vita quotidiana si è soli. I tuoi amici, il tuo partner, la tua famiglia, i tuoi colleghi, molto difficilmente saranno a loro volta diabetici e molto difficilmente riusciranno a mettersi nei tuoi panni.

Di ritorno sul 93 per Putney Bridge ho cercato di capire, o anche solo di immaginare, quali passeggeri fossero insulinodipendenti; non ho avuto fortuna, ma del resto chi mai direbbe che io sono diabetica?

Chiudendo questo frangente, Continua a leggere

Porte, vedo porte ovunque

maxresdefaultCosparsa di cenere un po’ ovunque, mi prostro a voi e mi appello alla vostra benevolenza, rifacendomi viva sul mio trascurato blog. C’è un bel po’ di polvere da togliere e un po’ di news da raccontare, quindi rieccomi.

Innanzitutto sono più vecchia di un anno, azz, e vabbè ce ne faremo una ragione e poi io avendo dei geni maschili molto spiccati non invecchio ma stagiono e quindi il mio livello di bonaggine et seducenza si impenna come il tasso di disoccupazione in Italia. Poi come la mia #bff Beyoncè direbbe sono Drunk in Love, ovvero da qualche tempo a questa parte ho un essere umano (che chiameremo Mr G.) che riesce a tollerare la mia mise invernale completa di pigiama scozzese alla zuava, calze al ginocchio di lana da scalatore e pantofole fuxia a forma di cane con cappello da notte; pensate, conviviamo pure! Che in gergo expat a Londra significa che condividiamo una camera in un appartamento con altre tre persone e considerando le precedenti soluzioni abitative in cui condividevo la casa con altre 10 persone o con un tizio che teneva chiusi nella sua camera un cane e una donna (tutti inspiegabilmente evaporati nella notte di un lontano giugno), direi che ho fatto passi avanti!

Ovviamente la convivenza comporta grandi sacrifici come ben sapete, tra questi la prova per me più grande: rifare il letto la mattina e non vi sto a narrare la gioia dei giorni in cui Mr G torna tardi e io posso lasciare la camera implosa, rimettere tutto in ordine 10 minuti prima che arrivi e fare finta che è tutto a posto dall’ alba. In ogni caso non sono qui per narrare la mia noiosa vita di coppia, non ho mai parlato della mia vita privata se non in toni sarcastici e gettando qua e lá qualche finestra sulla vita domestica, per cui di certo non inizierò ora. E vorrei anche tirare le somme di questo anno e mezzo trascorso a Londra, ma non è il post adatto. Continua a leggere

The jungle bus: vaghe e piuttosto parziali considerazioni sui trasporti londinesi

fat_white_trash_girl_sitting_on_guy_on_wheelchair_they_should_probably_wait_untill_they_get_home

L’amore ai tempi del commuting

Vivere nella capitale del Regno Unito significa principalmente avere a che fare con un imponente sistema di trasporti pubblici che va dalla tube (underground), alla overground, al rail service (linea ferroviaria), al tramlink, ai bus, fino alla futuristica e futura railroad che sarà inaugurata nel 2018 e servirà a pieno regime entro il 2030 (cioè quando noi tutti saremo dei vecchiardi di internet, questo blog sarà morto e Facebook sarà soppiantato da microrganismi dissolti nella retina che produrranno arcobaleni liquidi a ogni like che penseremo – immaginate tutta la gente per strada che piange arcobaleni…. LOL ).

Insomma posso capire che il turista medio possa rimanere impressionato dalla falsissima, fintissima efficienza dei trasporti pubblici, mentre il residente straniero inizierà a notare alcuni comportamenti tipici dei London doc, che sono principalmente commuters.

I commuters passano la maggior parte della loro vita correndo.
Corrono per prendere il bus stracolmo perchè il precedente (stracolmo) non aveva nemmeno rallentato.
Corrono per non perdere la coincidenza con la District Line.
Corrono dentro la Distric Line per saltare sulla Victoria line per Green Park e riuscire a beccare la Piccadilly che li porterà in culo al mondo.
Con tutto questo stress giornaliero che si ripete almeno due volte in 24h, i londinesi tendono a sviluppare comportamenti ossessivo-compulsivi o tendenzialmente schizofrenici.

Premesso che qui in pochi infrangono la legge e quindi tutti hanno la Oyster Card (carta dei trasporti), nessuno salta i tornelli, non passano a due a due, nè elemosinano il biglietto all’autista (nemmeno i barboni), quando arriva il momento di prendere un mezzo, il bus specificamente, comincia la sagra dell’autismo.
Uno dei tratti caratteristici di questa aberrazione della natura umana è la corsa al posto.
Credo che i commuters doc provino un effettivo orgasmo nel momento in cui hanno la possibilità di scegliere il posto designato, nel deck designato (per chi non lo sapesse, una buona percentuale dei bus di Londra hanno due piani).
Se stai aspettando un double decker, già dall’inizio della via scruti gli interni per capire quale zone sono appetibili e quali no e la probabilità che hai di accaparrarti il trono senza spargimento di sangue.
Se sei un vero londinese sappiamo tutti a cosa aspiri, brutta zecca riottosa che non sei altro: al primo posto a sinistra, nell’upper deck.
Per svariati motivi: è isolato, hai un’ampia visuale paesaggistica (il vetro arriva fino ai piedi), puoi appoggiarti al finestrino alla tua sinistra e ronfare e, cosa ancora più importante, puoi poggiare i piedi, perchè la fila sinistra ha più spazio tra vetro e sedile rispetto alla destra. Continua a leggere

Moving out: le undici fasi del dolore

zach efron

[Disclaimer: nessun Zach Efron è stato maltrattato durante la stesura di questo articolo – per ora]

Vivere all’estero implica inevitabilmente una quantità ingente di traslochi a cui, bene o male, non ci si abitua mai.
È sempre un dolore traslocare, fisico e psicologico, una sevizia che non raccomanderei a nessuno, se non al vostro peggiore nemico e che è paragonabile a quegli stupidi comodini che urtano i vostri mignoli un po’ cerebrolesi (ma lo vedi il dannato comodino no? Cosa diavolo vai a sbatterci contro, sei scemo?): brutti, fastidiosi, evitabili e inutili.
Ma volente o nolente arriva sempre il momento di lasciare la magione per volare verso altri piccoli angusti e poco aerati lidi (a noi gggiovani piace soffrire), ma voi tutti penserete che il dramma sta nell’impacchettare e trasbordare.
Eh no miei cari. O meglio, lo è per le persone normali.
Esiste infatti una irrisoria percentuale di persone, tra cui la sottoscritta, che va sotto il nome de I PROCRASTINATORI CRONICI che prova un effettivo panico nella fase successiva al trasloco: lo Spacchettamento.
C’è da dire che i P.C. hanno molte disabilità che spaziano in vari campi, dalle scadenze lavorative, alla prenotazione vacanze, all’organizzazione in generale della propria vita, ma lo Spacchettameto è forse un’adeguata metonimia di questa acuta condizione.

Una volta che il cab o il furgone di turno vi ha smollato la roba nel nuovo giaciglio, l’unica cosa che il P.C. vuole fare è dimenticarsene.
In quanto P.C. sono arrivata a sguazzare tra i miei scatoloni fino a un massimo di due settimane.
Avevo trovato il perfetto compromesso tra la malattia mentale e l’attuale stato della mia camera aprendo una breccia in una delle valigie da cui estraevo i vestiti da mettere e ogni giorno era un terno al lotto per scoprire l’outfit giornaliero (con risultati improbabili).

La forza di cambiare arriva da dentro o da un tuo caro che ti minaccia di denuncia per danni morali dati dal tuo stile di vita diciamo bohemienne.

Lo Spacchettamento Procrastinato è riconoscibile da diverse features. Continua a leggere

Vestivamo alla pakistana. Capitolo I: Osama, quando la fetta di culo non è mai abbastanza spessa

The-Shining-the-shining-25586158-1024-576

“There’s no time for poo!”.

E con questo abbiamo toccato il fondo.

Sembra l’atto finale di una commedia teatrale, ma calato il sipario, ci troviamo effettivamente di fronte alla fantasmagorica vita di Susanna, giovane donna nei suoi middle twenties, che cerca di tenersi a galla in questa spumeggiante metropoli europea.
A scrivere trailer del genere mi si accappona istantaneamente la pelle perché ho sempre odiato quelle commediucole da quattro soldi prodotte in serie che ammassano gli scaffali delle librerie, ed è ancora più agghiacciante trovarsi a vivere giorno per giorno il sopracitato stereotipo.

Ma andiamo con ordine. A ritroso.
Il “there’s no time for poo” è l’ultima cosa che ho sentito dire da Osama a Monster.
Provo molta pena per tutte e due, ma ancora di più per il Calliffo (lo step-father) il quale furbescamente non è mai in casa, ma sempre in giro a menar la ciolla   per l’Europa/Sud est asiatico, tanto da domandarmi quanto la moglie spenda di carta vetrata per limarsi le corna ogni sera.

Monster dovrà dunque tenersi la poo per tutto il pomeriggio e sinceramente sarà una prova di coraggio dal momento che caga come un elefante col colon prolassato, merito dell’impeccabile cucina finto-pakistana che Osama si ostina a somministrare all’intera famiglia, nel vago tentativo di rimanere aggrappata a delle radici che ormai non sono più neppure sue, nata lei insieme a tutte le sorelle in quel di Loch Lomond (ameno villaggetto in provincia di Glasgow) da genitori pakistani che non hanno mai imparato la lingua (immaginate le grandi risate isteriche di me che cerco di capire cosa vogliono al telefono).
Sarà anche per questo che sono forse l’unica expat che invece di lievitare perde chili come una modella polacca prima di una sfilata (il paragone non è casuale vista la quantità di ossa che cammina per il centro, data la London Fashion Week)?

Questa famiglia davvero meriterebbe una sit-com tutta per loro su Comedy Central o sulla HBO.
Di certo si meritano un post sul mio blog e forse anche due o tre. Continua a leggere