Essere a Belgrado senza cognizione di causa

Riesco solo ora a connettermi alla rete e a fare il primo report del viaggio.

Partenza ore 6.30 am da Como. Strade libere e solo svizzeri in circolo. Dopo varie peripezie di S., riusciamo entrambe a partire senza troppi problemi per la prima parte del volo: Milano-Malpensa/Vienna. Come al solito vengo perquisita dall’agente di turno e prendiamo l’airbus 773 alle 10.15 e arriviamo on orario e con un atterraggio degno di un’etoile della danza. Ci offrono pure lo spuntino e siccome l’Austrian Airlines tiene alla nostra salute, ci offre una mela in un sacchettino dal design accattivante.

Dopo aver cazzeggiato per un’oretta all’aeroporto di Vienna ci imbarchiamo in ritardo e quando al check-in tento di spiegare che sono microinfusa, il poliziotto, non solo non mi capisce (parlo in inglese), ma mi risponde in serbo (a Vienna: viva il Melting Pot). Altro volo, altra mela salutare, ma l’atterraggio si rivela uno dei peggiori che io abbia mai fatto: per un quarto d’ora circa continui vuoti d’aria, sballottamenti e nausea, peggio che sulle montagne russe e quando finalmente tocchiamo terra dopo vari sobbalzi, un applauso liberatorio scioglie la tensione.

L’aeroporto Nikola Tesla di Belgrado appare come il peggiore aeroporto, quanto a grafica, perchè non si capisce dove sia l’uscita, non ci sono cartelli d’aiuto e pochi parlano l’inglese, a parte una hostess malandata che riesce a spiegarci dove dobbiamo andare. Finalmente, dopo mezz’ora, usciamo e troviamo un tipico uomo dell’est alto, pelato, con la panza, di mezz’età che parla un inglese forse ancora peggiore dell’hostess e che ci porta in taxi verso l’ostello. All’uscita dall’aeroporto ci sono 39°C, che mista alla nausea del volo, ci rende dei fiori di campo. Io noto che quasi nessuno ha l’aria condizionata, perchè tutte le auto in strada hanno i finestrini abbassati nonostante la calura, e il nostro uomo non è da meno. Ci dà alcuni riferimenti geografici e una volta parcheggiati sotto una pineta, intravediamo l’Arkabarka, il nostro ostello.

Ci accolgono 3 giovani ragazzi che fortunatamente parlano inglese e ci spiegano anche le cose interessanti da vedere; ci fanno vedere la stanza (3mx3m) che non ha aria condizionata, ma solo una ventola sgangherata Panama style. Inutile dire che si boccheggia dal caldo, che quella merdosissima ventola muove solo aria calda, che siamo su un fiume che riflette come uno specchio i raggi solari, che la barca si muove come il titanic in avaria e che la nausea aumenta in maniera esponenziale, soprattutto perchè siamo un piano sopraelevati. Il tempo di mettere a posto due cose e scendiamo nella “hall”, l’unico locale dotato di aria condizionata e ci attacchiamo a internet.

La cosa interessante è che personalmente non so niente di Belgrado. Avevo scaricato un sacco di materiale tra guide, cartine, mappe, ecc… ma per via degli esami e altre menate, sono arrivata all’aeroporto di Belgrado senza nemmeno sapere l’indirizzo dell’ostello o come saremmo arrivate lì e non ho nemmeno guardato il programma della settimana. Ma la cosa più difficile sarà abituarsi al rollìo della chiatta…è quasi insopportabile, mi sembra di essere ubriaca.

L’impressione iniziale che ho avuto è stata di una città davvero nel cuore dell’Europa dell’est, con un passato medievale magiaro/ottomano, una certa nostalgia comunista alla “Goodbye Lenin”, ma anche una buon grado di integrazione e apertura. Questo a un primo sguardo. Prossimamente vi saprò dire di più.

Ora vado a esplorare i dintorni.

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4 pensieri su “Essere a Belgrado senza cognizione di causa

  1. E poi il mio viaggio Como-Milano-Dubai-ShangHai-HangZhou sembrava un’epopea…in confronto è stata una ranquilla passeggiata domenicale ^-^
    Comunque: viva Belgrado! prima o poi la visiterò anche io!

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