図書館 ovvero sugli amori impossibili

Scrivo dalla biblioteca. Quel magico, strabiliante, importantissimo pezzo di design ambulante che è la mia biblioteca. Potrei stabilirmi qui, con una tenda, ma anche senza ed essere in pace con me stessa come un monaco in un monastero buddhista. E principalmente scrivo questo post informativo perché, cazzo, dovete conoscere questa meraviglia, il mondo deve sapere!

La prima volta che sono venuta qui mi è venuta la sindrome di Stendhal. Giuro. Avevo le lacrime agli occhi, per la grandiosa semplicità e l’immensità di questo edificio, progettato da quel gran figone di Sou Fujimoto. La toshokan è a due piani, ma in realtà è fatta a più livelli. Esternamente riprende il logo, nonché architettura principale dell’università, un grande torii in cemento grigio, ma tutta la struttura è fatta in legno, ricoperta da pannelli di vetro strutturale, per cui brilla quando è colpita dal sole. Internamente invece ha un’anima a spirale da cui si dipanano i vari bracci della biblioteca. Tutto il sistema di prestito e restituzione è autogestito e meccanizzato, per cui non ci sono code o intoppi. Basta appoggiare il libro sul touch screen insieme al mio tesserino universitario e da lì posso vedere lo stato della prenotazione, i libri connessi al titolo, all’argomento e al settore e, dulcis in fundo, gli eventi culturali connessi al tema del libro in questione, che si stanno svolgendo in quel momento in tutto il Giappone. Al piano -1 c’è un archivio gigantesco con libri antichi, ma anche pubblicazioni contemporanee e i vari scaffali viaggiano su dei binari che si spostano al tuo passaggio, una cosa tipo alla Matrix. Al livello 1 (in Giappone non esiste il piano zero) invece c’è la reception, varie sale espositive e di studio e i primi scaffali. La cosa più importante sono i black boxes, delle stanze private che solo poche persone sono abilitate a prenotare e in cui puoi letteralmente viverci. Io sono una di quelle persone (perché sono una figa della madonna, of course) e l’ho prenotata per settimana prossima. Posso morire felice.

Una grande scalinata a gradoni, che ospita varie esposizioni, porta al secondo piano fatto interamente di passaggi sospesi retti da leggeri pilastri in legno. Per terra c’è stampato un grande orologio e a ogni ora corrisponde un settore del design, attualmente sono nel terzo, quello di Social sciences. A ogni angolo trovi una seduta famosa e postazioni internet (tutte Mac), che fanno venire un po’ le vertigini perché sono appunto su queste passerelle sospese a mezz’aria, in più ci sono vari tavoli comuni per lavorare e tavoli singoli con dei separè in legno (dove sono attualmente) così nessuno ti può disturbare (3/4 della gente li usa per ronfare). Qui trovate un po’ di foto che danno l’idea dello spazio e del concept di fondo. Farò foto emozionalmente esplicative a breve.

In realtà la sindrome di Stendhal mi viene tutte le volte che ci entro, mi viene voglia di lavorare, essere produttiva, mi viene l’argento vivo addosso, mi sento davvero felice! Lo so che sembro pazza, ma in questo periodo in cui me ne stanno capitando di tutti i colori, in cui la mia vita è stata completamente stravolta da perniciosi avvenimenti (di cui non parlerò, sappiate semplicemente che ci sono stati) e da altri più ameni, la toshokan rappresenta la ma salvezza, la mia oasi incontaminata di produttività e pace.

Oggi tra l’altro ci sono ben 24 gradi, c’è il sole e il vento, insomma una giornata perfetta. Ogni tanto butto lo sguardo a destra, dove c’è questa meravigliosa seduta del 1918, la Zig Zag , mentre poco più in là c’è la Barcellona, su cui ieri ronfava una ragazza. Cioè per me, che per anni ho studiato questi masterpieces, vederli toccarli, addirittura sedermici su, è come l’avverarsi di un sogno. E non sono riproduzioni…sono gli originali prodotti in serie.

E’ difficile capire questi sentimenti se non ci sei dentro appieno, però è come uno che ama intensamente i gelati e improvvisamente si trova nella gelateria più grande del mondo e gli viene offerto di provare gratis e per quanto tempo vuole, tutti i gelati esistenti. Era come durante la Golden Week, quando sono andata a Yokohama e ho mangiato l’impossibile a menù fisso e bevuto come se non ci fosse un domani perché il nostro amico singaporiano aveva scaricato da internet il coupon per aver i free drink. No, ma in realtà non c’è paragone.

E’ proprio come essere innamorati, ci sono tutti i sintomi: farfalle nello stomaco tutte le volte che la vedo, offuscamento della ragione, felicità incondizionata. Solo io potevo innamorarmi follemente di un’architettura.

La toshokan è sicuramente uno dei motivi che potrebbero condizionare le mie scelte future riguardo al restare o meno qui. Ma non si vive di sola toshokan.

Ad maiora.

5 pensieri su “図書館 ovvero sugli amori impossibili

  1. Che bella descrizione: si sente la passione! 🙂
    Sai che qualche giorno fa mio marito – dopo che gli ho detto dove studiavi mi ha parlato della biblioteca della tua Università?
    Ha detto che è bellissima e molto famosa. Mi ha anche fatto vedere qualche foto su internet, e infatti sembrava una meraviglia.
    Beata te che la vedi tutti i giorni! Rispetto e invidia. 😀

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