Summer hardcore

Ieri sono andata in centro città a fare un aperitivo con un mio amico che non vedevo da tempo. Dopo aver perso il bus, aver scoperto verità nascoste, essere scesa alla fermata sbagliata, aver fatto la splendida dicendo che aspettavo da tempo lì e lui non c’era (il messaggio diceva testualmente:”sto facendo la ragazza immagine davanti all’entrata del Mazzini” giusto per darmi quel piglio di donna self-confident col tacco 15), salvo poi farmi notare che avevo tragicamente e catastroficamente sbagliato luogo d’incontro, mi sono goduta l’afa e i wurstel verdi dell’insalata di riso (cfr. la freschezza dei sapori di una volta). In tutto ciò sentivo intorno a me gente che si lamentava del caldo, dell’umido, delle temperature…e tutto questo mi ha riportato indietro, a quando vivevo in Giappone e a quanto lì il caldo non fosse minimamente comparabile a quello europeo.

Intendo, non è per dire “voipoveraccicosanepotetesapereIOsocom’èilverocaldoIOhosoffertoepatito”, ma è un dato di fatto. L’estate in Giappone è più calda, più torrida, più umida, più infernale. Se sopravvivi a quella, il tuo organismo cambia, le tue ghiandole sudoripare subiscono una mutazione genetica (e il fatto che io vivessi a 2.30 ore da Fukushima è solo un fortuito e non collegato caso) e il tuo istinto di sopravvivenza si acuisce in diverse e variegate maniere.

Mi ricordo quella volta in cui ero sperduta in una foresta di bamboo ed erano le 2 di pomeriggio, il sole era a picco e sembrava essere allo zenit da 4 ore, senza mai calare. Stavo ringraziando svariate divinità per avermi dato l’acume necessario per comprare i generi di primo soccorso di cui vi parlerò in seguito e intanto pregavo le stesse divinità affinché mi liberassero da quel supplizio. Camminavo per forza d’inerzia, la strada era pure in salita e io mi chiedevo come fosse possibile che esistesse un posto del genere. Cioè com’è possibile che possa esistere un posto nel mondo in cui ci sia una combinazione simile di afa, umidità, caldo, insetti e sole? Il mio cervello non riusciva a elaborare e sintetizzare le informazioni e gli stimoli provenienti dall’esterno e non riuscivo a giungere a una conclusione razionale. Faceva talmente caldo che mi bruciavano gli occhi perché il sudore colava da ogni parte e convergeva magicamente nelle mie pupille, per cui ero accecata dai miei stessi fluidi corporei mentre il primo salva-vita mi stava davvero salvando la vita: la salvietta tamponasudore (di Totoro), opportunamente inumidita ogni qualvolta ne avevo la possibilità e che oltre ad asciugarmi il sudore mi manteneva anche la testa fresca. Sembravo uno di quei sarariman (salaryman) di mezza età che si tamponano la fronte ogni tre secondi o  i turisti tedeschi in sud Europa con la salvietta sulla testa.

L’altro salvavita, il diffusore da 15 ml di 無印良品 [Muji], serviva relativamente perché spruzzava acqua su un corpo già drammaticamente bagnato e soprattutto non era acqua fresca. Quando trovavo un tempio con una fonte o un ruscello mi fiondavo e mi facevo la doccia, tra il disgusto generale degli autoctoni che ovviamente non versavano una goccia di sudore e anzi, le allegre comari erano pure coperte all’eccesso per non abbronzarsi, sul risciò con la copertina rossa di ciniglia, santoiddio, di ciniglia, mentre il povero trascinatore di risciò (non conosco il nome tecnico), secco come una dried plum, portava una americano obeso con la consorte asiatica, per un totale di 150 chili credo.

Sudore e acqua si mischiavano in un mix letale di disperazione e agonia e quando credevo di aver raggiunto il climax ecco che giunge il paradossale, l’inaspettato: mi sudava un ginocchio. Intendo dire, non era un rigolo di sudore che dall’addome o dall’ inguine era sceso verso la gamba e quindi toccato il ginocchio, ma era proprio una goccia di sudore generatasi autonomamente dall’epidermide del ginocchio e che bruciando scendeva verso lo stinco.

Mi sono fermata e ho fissato per un numero imprecisato di minuti il mio ginocchio e sopportando stoicamente il bruciore, ho avuto una sorta di epifania, come se il mio ginocchio si fosse tramutato in un fonte battesimale o in una di quelle madonnine piangenti, solo che invece di piangere sangue, piangeva sudore.

Dopo 3 ore, 3 litri d’acqua ingeriti, 6 evaporati e un paio di chili in meno, sono riuscita a terminare la camminata e a uscire dal labirinto dei bamboo che frusciando mi dava l’arrivederci e io piombavo in un ancor più umido centro abitato.

Tutto per questo per ammonirvi e non lamentarvi troppo del caldo, perché c’è sempre qualcuno che sta peggio di voi!

Ad maiora.

7 pensieri su “Summer hardcore

  1. In questi giorni afosi continuo a ripetermi “Ma no, in Giappone non può fare più caldo di così!” per esorcizzare il terrore ogni volta che sento in giro della famigerata estate nipponica, e invece anche tu confermi che è proprio un’altra storia là. In realtà facevo di tutto per autoconvincermi che l’anno prossimo, quando sarò a studiare a Kyoto, potrò mantenere un aspetto umano e non sembrare perennemente appena uscita dalla doccia, ma è inutile, mi rassegnerò a fare schifo.

  2. In effetti come ho sudato a Kyoto in agosto alla ricerca del Padiglione d’Oro e’ una esperienza letale da consigliare, fra cicaloni, autobus puzzolenti e moglie autoctona che si perde…..

    A.

  3. ahahahah😀 povera, povera ragazza appena tornata dal Giappone!
    Anche io ho dovuto sopportare l’estate Giapponese, noi siamo forti😀 noi possiamo sopravvivere ad una catastrofe mondiale causada dall’aumento della temperatura terrestre. Fatti forza carissima❤

  4. Io ricordo l’estate terribile di Osaka quando facevo 50 metri per andare da casa alla stazione, sembrava di essere in un forno con i vestiti di plastica. terribile e non riesco ancora ad abituarmi a questo caldo.

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