Apple pie

A breve farò un post sul mio compleanno, cioè l’ho messo in programma da qualche parte insieme alle mille bozze che ci sono qui su qui sul mio account di WordPress e insieme al blocco degli appunti che troneggia sul desktop del mio Veliero e che continua a ingrassare di pensieri, frasi assurde, parole chiave, concetti che crescono nella mia mente.

A volte non capisco come certe idee crescano e si ingrossino nel mio cervello, la maggior parte delle volte non me ne rendo nemmeno conto. Ieri ad esempio ho deciso di fare la Julia Child dei poveri e cucinare un dolce. Non ho velleità da cuoca, cucinare non è per me un momento di catarsi, non mi sento più completa o più profonda, non trasferisco la mia disperazione nella crema pasticcera decorativa, non sfogo le mie frustrazioni col frustino elettrico a velocità massima, né ho particolari epifanie nel momento in cui il timer a forma di San Bernardo suona (sì, abbiamo un timer a forma di cane S. Bernardo e no, non suona abbaiando, ma eccolo qui).

Ho preso il ricettario dell’Occhio di Sauron (scritto a mano, molto vintage) e dopo una rapida analisi degli ingredienti che avevo in cucina, ho deciso di fare una banale torta di mele, anche se poi, nonostante gli ottimi propositi e la promettente partenza (dosi rispettate, bilancia alla mano, terrine pronte) è diventata tutto tranne che una torta di mele. Dopo essere entrata in una specie di trance ho buttato dentro l’impasto qualsiasi cosa capitasse nel mio raggio d’azione, tra cui anche le fantomatiche mele. In virtù dell’amalgama non propriamente a regola d’arte le fette di mela, opportunamente disposte senza un ordine preciso (era più un’esplosione di fette, una specie di casco di banane), hanno iniziato a sprofondare, annegando miseramente nell’accozzaglia di ingredienti.

Durante la cottura, le mele-casco di banana si sono bruciate, caramellando lo zucchero di canna che avevo con sapienza disposto sopra e il burro si è concentrato nel centro della torta formando una pozza di burro che poi ho dovuto assorbire con uno scottex, senza che nessuno mi vedesse, ma nonostante tutto è venuta bene (lo dimostra il mio 334 mg/dl di stanotte e il fatto che stamattina non ce n’era più traccia – della torta e del 334, che si è trasformato in un bel 46 mg/dl).

Non ho una ricetta vera, ma ho messo in serie: zucchero di canna, uova, farina, cacao, latte, yogurt, filadelfia, scorza di limone, sale, mele, burro. Le ho dato anche un nome, l’ho chiamata “Torta Disagio“; se è sopravvissuta è solo grazie alla sua forza di volontà e alla sua tenacia.

Alla fine nessun particolare pensiero è salito alla mia mente durante la preparazione di questo dolce, l’unico pensiero è stata l’assenza di pensieri e infatti oggi volevo scrivere di altro, di ignoranza, alterigia e presunzione, ma come al solito sono finita a parlare d’altro. Tutto ciò per dimostrare che il genio non si comanda e che l’ispirazione arriva quando deve arrivare e non è che facendo una torta uno dimostra di essere una persona ricca di interessi e old-style perchè fa torte invece di andarle a comprare o costringendo la propria madre a farne una, dopo averla incatenata al calorifero.

DailyDaddy: quella volta che mio padre lesse sull’etichetta di un maglione “PILE” invece di “PAIL” e trotterellando dall’Occhio di Sauron le disse con occhio lungimirante e pieno di speranza per il futuro:”Certo che la scienza sta progredendo…ora fanno maglioni riciclando pile, chissà con cosa li faranno tra qualche anno…Senti com’è morbido! Cioè, pile, ma morbido!”. Un Oscar per lo sguardo sconsolato di sua moglie.

Ad maiora.

2 pensieri su “Apple pie

  1. Ti odio, ti odio, è ufficiale. Sto ridendo come un cretino e sì, sono in ufficio.
    E sì, sì, ormai il licenziamento è quasi una certezza. Mi servirà una torta disagio per tirarmi su…

    • ma lol! ho visto ora il commento…se può interessarti ho fatto anche i cupcakes disagio e li ho pure documentati fotograficamente! se ti lincenziano lo prendo io il tuo posto, un po’ di soldini non fanno certo schifo🙂

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