My life in Cambogia: sulla birra dell’Impero, i palloncini della felicità e i Westlife

Dovrei lavorare, sono le 9.24 del mattino, ma questa settimana non funziono proprio.
Non so cosa mi è successo, ma mi sveglio stanca e rimango stanca tutto il giorno, saranno i 4 milioni di gradi diurni e i 3,5 notturni che non giovano esattamente al mio organismo. Ogni mattina mi alzo, guardo la pozza marroncina (sudore+abbronzatura) sulle mie lenzuola bianche (sì un genio ad avercele bianche ma sono troppo tirchia per comprarne un nuovo paio che mistifichi la mia attuale condizione di piccola Mowgli) e faccio una fatica bestiale a mettermi in piedi. Vorrei solo continuare a vegetare nel letto o fare come il mio collega A., che quando gli gira non si presenta a lavoro o si fa venire un attacco di diarrea dopo pranzo di modo da essere pulito dentro e fuori per la serata di perdizione a base di balloons e Angkor beer, che lo porterà a una mattina di hangover in cui ovviamente non si farà vivo in ufficio (cfr. stamattina).

Per chi non lo sapesse la Angkor beer è la birra nazionale cambogiana. La trovate ovunque ed è molto leggera per cui non la sentirete nemmeno e allora ne berrete svariate lattine finchè non vi ritroverete riversi nel Mekong a chiedervi come mai state galleggiando in un fiume grigio (diciamo che il Mekong non ha proprio acque cristalline e non mi stupirei di trovare la casa-vacanze delle Tartarughe Ninja e il Maestro Splinter in riva).

I Balloons invece sono la moda del momento e la mia collega e compagna di bisbocce E. non manca mai di ricordarmi il suo progetto imprenditoriale a riguardo: importare i balloons in Italia e diventare le nuove Scarface. Probabilmente non ne avete mai sentito parlare se non avete mai frequentato questa parte del mondo o magari sì ma in diversa foggia – so che sta prendendo piede in UK. Il Balloon non viene considerato una droga dal momento che non si fuma nè si inietta: è infatti un gas esilarante (monossido di azoto) proveniente da una gigantesca bombola a gas (di questo genere) con cui dei comunissimi palloncini vengono riempiti.
Li potete trovare in moltissimi bar e discopub, a 2$ per palloncino e normalmente c’è un’area appartata dove i suddetti vengono consumati, vari divanetti dove ti puoi sedere e rilassare, perchè lo scopo di tutto questa esperienza è farsi una grassa risata della durata media di un minuto, per poi lasciare spazio a una sensazione di totale rilassamento e pace interiore (a meno che non ci date dentro di Angkor beer e allora i risultati sono talmente vari e coloriti che ci potrei girare un documentario alla Barney Gumble dei Simpsons).

Naturalmente Balloons e Angkor non prescindono da un’altro elemento fondamentale dello sballo autoctono: la musica (locale e western).

Il più famoso cantante cambogiano e idolo delle folle nonchè versione neo-melodica khmer del nostrano Nino D’Angelo è Preap Sovath: cantante, attore, testimonial della sopracitata birra, modello di vita per la gioventù cambogiana (infanzia difficile – molla la scuola per aiutare la madre rimasta sola – ma ha un sogno intro o’ core – molla la zappa e promette a mammà di tornare vincente – trova felicità, ricchezza, successo e tanta chirurgia estetica a Phnom Penh – ma non si dimentica della mamma al villaggio), molto classy sia nel trucco che nel parrucco come potete vedere dalla foto a lato. Le sue canzoni sono ovunque, specialmente nei karaoke che sono un po’ l’anima delle serate locali e nelle discoteche dove a pari merito però troviamo anche le grandi passioni dei cambogiani: i Maroon V e i Westlife. Io ora non so di preciso per quale arcano motivo siano state scelte nello specifico queste due band per colonizzare il mercato SEA (Sud-Est Asiatico) ma apparentemente i marketer di qui hanno fatto bene il loro lavoro dal momento che spopolano grandemente, nonostante i Westlife siano defunti da anni e se in Europa li menzioni a qualsiasi giovine nato dopo il 1990 ti risponderà: “Westche?“. Ormai mi sono adattata anche io e ho imparato a memoria “Fly without wings” e “Seasons in the sun” e per fortuna sono già un’adepta del Maroonfaivesimo e dell’Adamlivainismo quindi sono stata ben felice di trovare altri credenti come me.

Sembra un po’ il festival del trash e dell’assurdo, ma vi assicuro che non ci si annoia mai e dopo un tot di tempo vi sembrerà tutto assolutamente normale e sensato.

Vado a finire la mia Ankgor con in sottofondo il mio adorato Preap…

Ad Maiora.

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Dovrebbero invitarmi a un talk show

tampaxDISCLAIMER: prima di alimentare polemiche inutili, vi dico che in questo post non attacco nessuna band, nè personaggio; le mie sono considerazioni sull’industria che ci gira intorno, ho massimo rispetto per i gusti musicali di chicchessia e anzi sono sempre aperta a scoprire nuovi mondi, quindi take it easy.

Vorrei pubblicamente ringraziare mia sorella (che non è mai stata citata molto inquesto blog,shame on me) per avermi fatta rendere conto di quanto io sia vecchia e di come mi sia pubblicamente smerdata con questa affermazione:”Non credo di aver mai ascoltato consapevolmente una sua canzone, in ogni caso credevo che David Guetta fosse siciliano”.

Essendo io una persona estremamente aperta, mi sto acculturando riguardo il suddetto tizio (che non è siciliano, bensì francese), poichè la suddetta sorella stasera andrà a Roma a stropicciarsi i vestiti e l’anima assistendo a un suo concerto (che poi è un concerto o una festa in discoteca? Non è molto chiaro).

In ogni caso mi sto intamarrendo mica poco da quando la sopracitata sister mi ha regalato JUST DANCE 4 per Natale, dietro le mie estenuanti pressioni. Ebbene mi si è aperto un mondo! SKRILLEX, NICKY MINAJ, JUSTIN BIEBER… voi mi direte:”Chi sono?” e io vi risponderò:”Poche persone che si sono fatti una fracca di soldi sulla pelle di milioni di ragazzine che si strappano le mutande ai loro concerti e soffocano i loro pianti nel  cuscino perchè sanno che nessuno saprà mai della loro esistenza…”. Continua a leggere

IMHO

Sto scrivendo dalla mia favolosa biblioteca e alla mia destra c`e` una tipa che sta studiando spagnolo per giapponesi e una che sta consultando il sito di ZozoTown. Vabbe`, viva la cultura. Domenica mi sono sparata ben due mostre: una sull’handcrafting nella zona del Tohoku e una su un artista coreano, Lee Bull. Se siete in zona e avete un pomeriggio libero ve le consiglio.Quella di Lee Bull era alla MidTown a Minato ma e`gia`finita, mentre quella sull`handcrafting si e`aperta il 27 e dura fino a luglio se non sbaglio ed e`a Roppongi, nel museo di Tadao Ando per intenderci.

Entrambe sono state fantastiche, mi sono piaciute molto, soprattutto quella sul Tohoku, ma perche` e` legata a un mio progetto top secret di cui vi rendero` partecipi nei mesi a seguire, per ora e` solo una cosa embrionale e come per la mia partenza per il Giappone aspetto di arrivare all`ultimo per raccontare la faccenda. Oddio e` entrata quella ragazza con la risata fastidiosissima, che ogni tanto partecipa ai nostri english lunch… mamma mia tutte le volte che la sento ridere mi viene voglia di affogarla in uno stagno di salsa di soia e wasabi. Ogni mercoledi`io e un altro po` di ragazzi anglofoni ci troviamo in pausa pranzo per mangiare insieme e parlare solo inglese e solitamente questi incontri si trasformano in occasioni per darsi una mano a vicenda coi corsi di lingua (c`e` chi fa francese, chi italiano ecc…per me e` il momento in cui elemosino aiuto per i compiti di giapponese che non faccio mai) e per fare gare di bento. Ormai e`nata questa sorta di competizione per cui ognuno porta un bento e Wanda scatta la foto e alla fine del semestre verra`decretato il vincitore. Intanto stamattina sono andata a iscrivermi in palestra e ci ho messo un quarto d`ora per capire cosa dovevo scrivere, per fortuna che ho imparato a scrivere il mio nome in Katakana (storpiato ovviamente) e poi sono andata ad aiutare un ragazzo che sta facendo un progetto di communication design e gli servivano persone che parlassero in diverse lingue e io pensavo di dover parlare in italiano, ma mi ha chiesto di parlare in turco (da notare come il mio livello di questa lingua stia drammaticamente precipitando verso lo zero assoluto). Era meglio che chiamavo in skype l`occhio di Sauron, che per inciso si e`intrippata con le spedizioni intercontinentali di pacchi, infatti me ne ha gia`spediti due, di cui uno pervenuto: vestiti estivi a me!

Devo ammettere che le poste giapponesi sono qualcosa di cui essere sempre orgogliosi e soddisfatti, come mi diceva Hagane. Se non ci sei quando arriva il tuo pacco ti lasciano il bigliettino e tu vai sul sito delle poste, scegliendo quando vuoi che ti arrivi e poi devi solo firmare una ricevuta (in stampatello of course) e il gioco e`fatto. Un`altra cosa a cui sono piacevolmente abituata e` la buona fede delle persone. Nel senso, la gente qui non si cura molto degli altri, ne`in senso positivo, ne` in senso negativo. Posso andare in giro da sola, in mutande, alle 3.30 am che nessuno mi fara` del male (anche perche`sono gaijin per cui faccio un po`paura lol); spesso mi dimentico le chiavi inserite nella sicura della bici, una volta ho dimenticato per tutta la notte il portafogli nel cestino sempre della jitensha e l`altro giorno ho lasciato le chiavi nella toppa tutta la notte. In biblio puoi lasciare tutto quanto, pc, chiavi, soldi, effetti personali, che sei certa che quando ritornerai saranno li`, qui il concetto di rubare sembra estraneo alla mentalita`comune. Per contro c`e` anche questo menefreghismo generale, condito con una forte timidezza che li spinge a ignorarti anche se ti vedono in palese difficolta`. Non si puo`fare di tutta l`erba un fascio perche` ad esempio vedo la differenza tra la gente di citta` e quella di campagna, pero`sicuramente c`e un`ambivalenza di fondo.

C`e`una sorta di liberta`frenata, condizionata. Posso andare in giro nuda o vestita completamente di petali di rosa, la gente non mi chiedera`mai perche` vado in giro cosi`, ma per contro ci sono delle rigidissime regole aprioristiche a cui non puoi sottrarti se sei giapponese e io le vedo maggiormente perche` mi sfiorano, ma posso sottrarmi in quanto gaijin. Come una piscina con delle valvole di sfogo per l`acqua: quando si raggiunge il livello critico apri le valvole e fai fuoriuscire il giusto, tanto per ristabilizzare il livello e poi le chiudi di nuovo.

Quando sono uscita con Hagane e suo marito abbiamo parlato molto di questo argomento e ci siamo trovati d`accordo sul fatto che c`e`questo protezionismo di convenienza in Giappone, mutuato dal fatto che e`un`isola e per tanto tempo e`rimasta nascosta agli occhi del mondo. Da una parte c`e` la voglia di sfondare e di essere una delle piu`grandi potenze mondiali. Questo spinge le aziende a mandare studenti e menti giovani all`estero per apprendere l`Arte e metterla da parte. Questo principalmente perche`i giapponesi stessi si rendono conto di non essere autosufficienti e che i soli geni (DNA) non bastano a renderli i migliori del mondo, ma solo attraverso la condivisione e lo scambio di idee una nazione puo`crescere. Poi pero` devi tornare in patria a diffondere il verbo e ad istruire gli altri su cio` che hai appreso. Il problema si pone quando stai via troppo tempo dal tuo paese di origine:hai difficolta` a trovare lavoro, in certi ambiti inizi a sentirti emarginato…questo perche`tu giapponese che hai passato 4/5 anni all`estero, vieni visto come un “traditore” della patria o comunque uno che ormai e`stato traviato e non e`piu`inserito nel “sistema”, meno incline ad accettare certe assurde regole, meno sottomesso e piu`reazionario (che poi magari non e`vero che diventi piu`reazionario, ma semplicemente cambi punti di vista e inizi a vedere certe storture e ingranaggi mal funzionanti). Dall`altra parte c`e`la necessita` di rimanere tradizionalisti e in un certo qual modo chiusi. Questo aspetto mi ha toccato di recente e ci ho proprio sbattuto il muso perche`,ad esempio, il design giapponese e` uno dei piu`conosciuti e ammirati al mondo. Pero`,se ci fate caso, tutti i designer di spicco, tutti gli architetti famosi, tutti e dico tutti, hanno avuto una formazione estera. E sono loro che hanno reso il design giapponese famoso, hanno introdotto nuovi metodi di apprendimento e di insegnamento, nuovi orizzonti che poi, combinati con il gusto e l`estetica nonche`il pensiero giapponese, hanno permesso di raggiungere risultati eccelsi.

Cosa dobbiamo dedurre da tutto cio`? Che sicuramente i giapponesi sono molto orgogliosi della loro cultura e delle loro tradizioni, ma al contempo, in maniera abbastanza subitanea, si rendono conto della necessita` di un rinnovamento e che questo rinnovamento non puo`che giungere da fuori, dalla commistione, dalla condivisione.

Il sistema non funziona, sta collassando su se`stesso e ormai se ne sono accorti (la crisi c`e`anche qui, il lavoro manca, i ragazzi hanno voglia di andare, fare, conoscere, ma sono spaventati), solo che il tentativo di salvare la situazione cozza terribilmente con la rigidita`stessa del sistema che ontologicamente non prevede ne`permette ingerenze esterne. Il fatto che invece queste ingerenze siano sempre maggiori, crea delle cricche e delle fratture che la societa`non e`in grado di inglobare.

In particolare la sfera dell`istruzione e della formazione e`obsoleta e fin troppo statica. Non c`e`passione nello studio, nella scuola dell`obbligo studi a memoria e impari a pappagallo (questo e`evidente soprattutto nello studio della lingua inglese: sanno benissimo la grammatica e le regole ma non le applicano perche` non fanno conversazione a scuola), senza sviluppare un pensiero indipendente e autonomo, senza capire cosa ti piace davvero. Quando arrivi all`universita` hai sputato talmente tanto sangue sul liceo, i doposcuola e gli esami di ammissione, che non fai (ne`impari) letteralmente un cazzo. L`universita` e`una sorta di rivincita su quell`adolescenza che non hai mai vissuto, anche perche`tanto quello che ti serve lo imparerai a lavoro, l`universita` e` solo il biglietto da visita e la discriminante del tuo posto nella societa`:piu` alto e`il prestigio delle scuole che hai frequentato, piu`alto sara`il gradino nella piramide sociale, ma questo non e` detto che vada di pari passo con le tue abilita`. Vivono questi quattro anni in una bolla. Al terzo anno si mettono a fare job hunting di modo da trovare lavoro un anno prima della laurea. Questo significa che l`azienda investe molto su di te ed e`implicito che tu non la tradirai, che ad aprile dell`anno successivo sarai laureato e inizierai subito a lavorare, tecnicamente per sempre nella stessa azienda, perche` cambiare azienda significa perdere i privilegi accumulati in anni di lavoro, perdere la posizione e il prestigio e, ancora, viene visto come un tradimento e anche la nuova azienda in cui farai domanda ti guardera` con sospetto perche`pensera`:questa se n`e` andata dalla sua vecchia azienda, chi mi dice che non fara` cosi`anche con me? C`e`da fidarsi?

C`e`una percentuale di persone, ai margini del sistema, che pur essendovi immerse, cercano di fare qualcosa per cambiarlo, partendo dal basso, dalle cose piccole, come il corso di Interactive Innovation in cui si parla solo in inglese e in cui soprattutto si discute. Ad esempio il nuovo progetto di interni, del corso di KANGU, che ho iniziato e` su questa linea. Solitamente gli studenti sono abituati ad essere trattati un po` come bambocci, devono essere sempre pungolati perche`sono pigri e soprattutto non gli viene mai chiesto di mettersi in gioco. Ti danno il luogo, le piante , le sezioni, tutti i dati del caso e poi tu ci devi buttare qualcosa dentro. Devi pensare poco, il concept non e`importante. E` piu`importante consegnare tutto il materiale richiesto, poi se l`idea non e`buona, pazienza. In Kangu invece devi prima di tutto pensare al concept, ad avere un`idea forte e non hai un luogo gia` esistente ma lo devi creare tu, decidere tu, buttarti a capofitto dentro. Per farlo devi quindi confrontarti e discutere col sensei. Ieri c`e`stato il primo incontro e vedevo gli sguardi spauriti e un po`a disagio dei miei compagni: non sapevano come comportarsi o cosa dire perche` semplicemente non sono stati mai abituati al confronto e quando il sensei li critica, loro assorbono e stanno zitti. Per questo sono rimasta estremamente stupita quando una delle mie compagne e`venuta da me e in giapponese mi ha dato uno spunto, un suggerimento. Sta cosa non esiste, non si fa, perche`viene vista come un tentativo di mettersi al di sopra di te, e non come qualcosa di costruttivo, per cui ho apprezzato davvero molto. Poi Terahara sensei ha dato 5000 yen (-.-“) a uno dei ragazzi per mandarlo a prendere delle cose da bere e abbiamo fatto il tea break, per parlare e per creare un`atmosfera piu`accogliente e informale. Dopo la lezione ho parlato con i miei 7 compagni (la maggior parte ha scelto infatti l`altro progetto, quello dell`hotel sempre con Ito sensei) e mi hanno detto che sono molto preoccupati e che sembra un corso molto difficile e questo mi ha ricordato quando Morita-san (sbav) mi aveva detto che era difficile spiegare il senso di questo corso e che anche per i giapponesi e`difficile da capire (questo perche` e`un corso fuori dai normali schemi, mentre per me e`la normalita`).

Scusate per gli errori e per il linguaggio, ma ho scritto di getto e i ragionamenti sono abbastanza contorti. Questo e`ad ogni modo quello che penso, sono aperta a critiche e commenti.

Alive

Quest è Jeremy.

Un giorno è venuto a casa mia con Wanda, la mia vicina tedesca, per darmi una mano con il corso di Interactive Innovation e c’è stato subito un grande feeling. Non so come spiegarlo, quando ti trovi in completa sintonia. Poi c’è quel sorriso che di infrange il cuore tutte le volte in cui ti imbatti in esso.

Non ci siamo più separati…ormai viviamo insieme da un mesetto. Jeremy mi mette di buon umore, è sempre sorridente e assiste ai miei disastri in cucina, ai miei tentativi (vani) di tenere la casa pulita e mi ha sostenuto molto durante questi ultime settimane di passione.

Non so come farò quando dovrò lasciarlo. Sarà dura, molto dura. Ora sta qui, ogni sera mi attende a casa col suo grande sorriso… Jeremy, come te nessuno mai.

Cambiando discorso, ieri ho finito il mio shitty interior course e sono sopravvissuta nonostante tutto. Il livello generale dei lavori è stato abbastanza mediocre e quindi non posso lamentarmi, ma sono arrabbiata perché ho presentato un lavoro non all’altezza delle aspettative mie e del sensei, soprattutto perché lui mi richiedeva cose che io non ero in grado di fare. Anche il faigo Morita-san mi ha detto che per il prossimo corso dovrei presentare un elaborato più in linea con le mie abilità. Ah Morita-san. Tu si che mi capisci. Ah Morita-san, tu che non parli inglese e che fai il galletto con le zoccole di chair design. Ah Morita-san che hai la fidanzata a Kanagawa e che ti tiene per le palle. Ah Morita-san. Morita-san. [NDA: questo è solo un assaggio del post sulla fauna giapponese che avevo promesso tempo addietro].

Vabbè.

Sono decisamente contenta che il progetto sia finito e finalmente ora posso tirare un po’ il fiato e godermi le giornate qui, ho già in agenda un paio di party a Roppongi, un salto a Ueno e alla gallera 21 21. Stamattina ho anche pulito casa e ora brilla come un diamante. Insomma finalmente la quiete dopo la tempesta, la luce in fondo al tunnel, libera e felice come una farfalla.

Facendo un confronto con i post di qualche mese fa mi sono resa conto che il mio italiano è molto peggiorato, nel senso che si è molto impoverito e tante volte mi ritrovo davanti allo schermo bianco pensando a un modo per dire una frase in modo più colorito, ma mi ritrovo sempre con le solite 4 parole e penso:”Prima ero molto più abile e mi destreggiavo meglio con la lingua”, probabilmente perché sono spesso stanca e ho sempre poco tempo per scrivere.

In realtà sto fremendo per scrivere un post lungo e tedioso in merito al tirare le somme su questo progetto…ma devo aspettare qualche giorno, sbollire per bene e poi fare un’analisi lucida e oggettiva, comparata e incrociata con vari fattori e accadimenti contemporanei a questa esperienza.

Per ora sappiate che sono viva, ancora cicciotta, in procinto di iniziare un nuovo progetto e con un Wally sul mento.

またね!

Ad maiora

図書館 ovvero sugli amori impossibili

Scrivo dalla biblioteca. Quel magico, strabiliante, importantissimo pezzo di design ambulante che è la mia biblioteca. Potrei stabilirmi qui, con una tenda, ma anche senza ed essere in pace con me stessa come un monaco in un monastero buddhista. E principalmente scrivo questo post informativo perché, cazzo, dovete conoscere questa meraviglia, il mondo deve sapere!

La prima volta che sono venuta qui mi è venuta la sindrome di Stendhal. Giuro. Avevo le lacrime agli occhi, per la grandiosa semplicità e l’immensità di questo edificio, progettato da quel gran figone di Sou Fujimoto. La toshokan è a due piani, ma in realtà è fatta a più livelli. Esternamente riprende il logo, nonché architettura principale dell’università, un grande torii in cemento grigio, ma tutta la struttura è fatta in legno, ricoperta da pannelli di vetro strutturale, per cui brilla quando è colpita dal sole. Internamente invece ha un’anima a spirale da cui si dipanano i vari bracci della biblioteca. Tutto il sistema di prestito e restituzione è autogestito e meccanizzato, per cui non ci sono code o intoppi. Basta appoggiare il libro sul touch screen insieme al mio tesserino universitario e da lì posso vedere lo stato della prenotazione, i libri connessi al titolo, all’argomento e al settore e, dulcis in fundo, gli eventi culturali connessi al tema del libro in questione, che si stanno svolgendo in quel momento in tutto il Giappone. Al piano -1 c’è un archivio gigantesco con libri antichi, ma anche pubblicazioni contemporanee e i vari scaffali viaggiano su dei binari che si spostano al tuo passaggio, una cosa tipo alla Matrix. Al livello 1 (in Giappone non esiste il piano zero) invece c’è la reception, varie sale espositive e di studio e i primi scaffali. La cosa più importante sono i black boxes, delle stanze private che solo poche persone sono abilitate a prenotare e in cui puoi letteralmente viverci. Io sono una di quelle persone (perché sono una figa della madonna, of course) e l’ho prenotata per settimana prossima. Posso morire felice.

Una grande scalinata a gradoni, che ospita varie esposizioni, porta al secondo piano fatto interamente di passaggi sospesi retti da leggeri pilastri in legno. Per terra c’è stampato un grande orologio e a ogni ora corrisponde un settore del design, attualmente sono nel terzo, quello di Social sciences. A ogni angolo trovi una seduta famosa e postazioni internet (tutte Mac), che fanno venire un po’ le vertigini perché sono appunto su queste passerelle sospese a mezz’aria, in più ci sono vari tavoli comuni per lavorare e tavoli singoli con dei separè in legno (dove sono attualmente) così nessuno ti può disturbare (3/4 della gente li usa per ronfare). Qui trovate un po’ di foto che danno l’idea dello spazio e del concept di fondo. Farò foto emozionalmente esplicative a breve.

In realtà la sindrome di Stendhal mi viene tutte le volte che ci entro, mi viene voglia di lavorare, essere produttiva, mi viene l’argento vivo addosso, mi sento davvero felice! Lo so che sembro pazza, ma in questo periodo in cui me ne stanno capitando di tutti i colori, in cui la mia vita è stata completamente stravolta da perniciosi avvenimenti (di cui non parlerò, sappiate semplicemente che ci sono stati) e da altri più ameni, la toshokan rappresenta la ma salvezza, la mia oasi incontaminata di produttività e pace.

Oggi tra l’altro ci sono ben 24 gradi, c’è il sole e il vento, insomma una giornata perfetta. Ogni tanto butto lo sguardo a destra, dove c’è questa meravigliosa seduta del 1918, la Zig Zag , mentre poco più in là c’è la Barcellona, su cui ieri ronfava una ragazza. Cioè per me, che per anni ho studiato questi masterpieces, vederli toccarli, addirittura sedermici su, è come l’avverarsi di un sogno. E non sono riproduzioni…sono gli originali prodotti in serie.

E’ difficile capire questi sentimenti se non ci sei dentro appieno, però è come uno che ama intensamente i gelati e improvvisamente si trova nella gelateria più grande del mondo e gli viene offerto di provare gratis e per quanto tempo vuole, tutti i gelati esistenti. Era come durante la Golden Week, quando sono andata a Yokohama e ho mangiato l’impossibile a menù fisso e bevuto come se non ci fosse un domani perché il nostro amico singaporiano aveva scaricato da internet il coupon per aver i free drink. No, ma in realtà non c’è paragone.

E’ proprio come essere innamorati, ci sono tutti i sintomi: farfalle nello stomaco tutte le volte che la vedo, offuscamento della ragione, felicità incondizionata. Solo io potevo innamorarmi follemente di un’architettura.

La toshokan è sicuramente uno dei motivi che potrebbero condizionare le mie scelte future riguardo al restare o meno qui. Ma non si vive di sola toshokan.

Ad maiora.

A day in Tachikawa

Ieri sarei dovuta andare a Ueno, ma mi sono svegliata tardi per cui non aveva più senso, considerando che alle 18 dovevo essere di ritorno per vedermi con Chihaya e il suo ragazzo. Per cui non avendo la minima di intenzione di vedere un Makudo Narudo manco col binocolo, ho deciso di tornare a esplorare in maniera più approfondita Tachikawa.

Andando in bici, ho pure risparmiato money che poi ho speso in cibo al 7/11 e nell’entrata al parco. Arrivare a Tachikawa è facilissimo anche per me che sono una disorientata cronica, in quanto la strada è sempre dritta. E’ una città davvero molto carina, un po’ futuristica, da un po’ l’idea di un “universo vecchio”, una Tokyo in miniatura, con la monorotaia sopraelevata e i sovrapassaggi sospesi tra questi altissimi palazzi. La maggior parte della vita cittadina si concentra attorno al Parco, lo Shonen Kinen Park che è a dir poco gigantesco, altro che Shinjuku Gyonen! Ho passato tutta la giornata a fare foto e ad ammirare il Flower Festival con una marea di fiori dai colori più disparati e assurdi, con la gente in barca nei vari laghetti…sembrava “La domenica alla grand jatte” di Seurat.

Poi la sera mi sono vista con Chihaya e il suo ragazzo che si supponeva parlasse inglese, ma mi sono ritrovata in un ristorante tradizionale con le gambe quasi insensibili dopo 3 ore, degli animali ibridi libellule-zanzare che svolazzavano nel locale, vecchi che ti fumavano addosso, un menù di cui non sapevo leggere niente (pure i prezzi erano in kanji) e i due fresconi che non parlavano inglese, of course.

Ho dovuto fare uno sforzo allucinante per capire cosa volevano dirmi e cercare di tirare fuori un’idea decente per il progetto di sabato, che ovviamente non è saltata fuori, ma cosa potevo pretendere? In realtà ho comunque partorito un’idea ma non so quanto sia fattibile e soprattutto non so come spiegarla a Chihaya e consorte (da notare il fatto che nonostante abbiano 26 e 27 anni e convivano, ci tengano a precisare che loro “condividono una stanza” e basta…sai mai che la confonda con una vera convivenza…), la serata è degenerata nel momento in cui, dopo un acquazzone, siamo usciti dal locale e abbiamo sentito schiamazzi pesanti e molesti. La coppia mi ha spiegato che è uno dei classici paati giapponesi (mi sfugge il nome ora), in cui si beve fino a vomitare e si torna a casa in bici un bel po’ alticci. La cosa assurda è che proprio da quel locale e da uno sciame di bambocce urlanti è uscito fuori il mio sensei di Interactive Innovation (corso in inglese), completamente ubriaco che stava facendo un paati con gli studenti di uno dei suoi corsi. Continuava a ripetere “Yeah…I have an hangover, hangover..” (e non s’era capito da come camminava e da come si accasciava su di me e nemmeno da come era scivolato su un tombino).

Oggi invece c’era fermento in università perché c’era un’open lecture con Hidetoshi Nakata solo che ovviamente era in giapponese, per cui ho preferito prendermi un caffè con Luigi (che a discapito del nome è francese) e poi farmi un giro in bici per andare a vedere come stava il mio tempio. Come potete immaginare non è il “mio” tempio, ma l’ho scoperto per caso un giorno incastrato tra case private e ristoranti, lungo la strada principale del Kodaira. E’ sempre vuoto, ma c’è una pace e un silenzio impressionanti, per cui ci vado spesso per stare un po’ per i fatti miei.

Da quando sono qui adoro stare per i fatti miei, prendermi la bici come ho fatto ieri, perdermi, poi ritrovarmi e riperdermi.

Ps: l’altra notte ho sognato di mangiare con forchetta e coltello un mio reggiseno. Qualcuno mi curi.

Ad maiora.