JEM WANNABEs, andate a battere da qualche altra parte, la QUEEN è qui.

Ohibò Mercoledì ho un colloquio.

Dopo giornate passate a mandare CV a qualsiasi azienda avesse un sito internet e a qualsivoglia recruitment agency e dopo la mia infima performance con un’azienda di MASSAGGIATORI A DOMICILIO dal titolo:”Interview all’internet point di Stratford: come e cosa fare per non farsi mai più richiamare da un potenziale datore di lavoro” ho la mia rivincita nonchè seconda chance di brillare nel panorama lavorativo inglese meglio di Jem delle Holograms:

Goal in life: una vita da Jem

Mio concetto di brillare + probabile outfit per il colloquio

In ogni caso la costanza a volte premia il mi porta alla mia seconda considerazione:

  • Ho davvero sprecato quasi SEI ORE della mia giornata a mandare CV random per poi ricevere sta fatidica chiamata alle 3.13pm riguardante un’application di giorni fa? SI’.
  • E riceve una chiamata da per un colloquio mi autorizza ad adagiarmi sugli allori e passare le restanti ore della giornata a fare una scrematura dei blog che seguo da anni, alcuni dimenticati, alcuni no e scoprire che molti di essi hanno chiuso? NO.

JOB HUNTING IS A STATE OF MIND, NO JOKE BABY.

Mai lasciare che la laziness si impadronisca di voi.

Fottetela voi prima che vi fotta lei!

Per cui:

  • no Facebook
  • no Tumblr
  • no Twitter
  • no Whatsapp
  • no Youtube

Forse forse allora riuscirete a sfruttare in maniera efficiente le vostre giornate!

Ad maiora!

White is the new Black e analisi dresso-sociale della comunità Polacca a Londra

Allora iniziamo con il distrarvi con questo video dall’alto grado di cuteness ed epicità:

E chiosiamo maldestramente, tipo gatto con zampe incollate a pentolini di rame che cammina su porfido, sul fatto che sono sparita DI NUOVO dal mio blogghettino per mesi, ma si sa la vita, i viaggi, laggente, mi hanno portato su una nuvola dorata in giro per il Sud-Est Asiatico per circa un mese e poi un altro mese nella MAINLAND anche conosciuta come Italia, dove ho trascorso le mie vacanze romane da Nord a Sud con il mio nostrano Cary Grant, alias Mr G., terminate infine nella fredda ma già assolata Londra, dove col cuore carico di ricordi, calamite per frigo e svariati kg di pesto, frutta di stagione e pizza napulitana, ci siamo ricollocati, pronti ad affrontare la nuova routine e l’autunno.

Devo dire che Londra è stata clemente con me, considerando Continua a leggere

Sulla solitudine diabetica e le dipartite apatiche

imageL’altro giorno ero a Wimbledon a cercare di fare acquisti per mia mamma a cui non ho fatto nemmeno un regalo di Natale. Presa dalla foga dello shopping (conclusosi in un nulla di fatto) ho perso il guanto destro e ho mollato l’ombrello nel Mall, per poi ricordarmi quasi uscita, che lo avevo lasciato su una ringhiera mentre ero intenta a cercare il guanto svanito.

Tornando di corsa indietro ho visto il primo esemplare di diabetico da quando vivo qui. Non esattamente il migliore esemplare: una ragazza sotto i trent’anni, molto in carne, con una maglia lunga, ma non abbastanza da coprirle una pancia molto sporgente che pendeva da sopra i jeans stretch; ombelico e adipe bianchissimi che vibravano come gelatina e da cui penzolava un cerotto con una base in plastica e un catetere. L’ho riconosciuto subito, il tipo che anche io uso, e nonostante la scena un po’ grottesca, mi sono sentita “a casa”, sapendo che qualcun altro condivideva la mia stessa sorte.

Perchè se è vero che i diabetici sono milioni nel mondo, è anche vero che nella vita quotidiana si è soli. I tuoi amici, il tuo partner, la tua famiglia, i tuoi colleghi, molto difficilmente saranno a loro volta diabetici e molto difficilmente riusciranno a mettersi nei tuoi panni.

Di ritorno sul 93 per Putney Bridge ho cercato di capire, o anche solo di immaginare, quali passeggeri fossero insulinodipendenti; non ho avuto fortuna, ma del resto chi mai direbbe che io sono diabetica?

Chiudendo questo frangente, Continua a leggere

Porte, vedo porte ovunque

maxresdefaultCosparsa di cenere un po’ ovunque, mi prostro a voi e mi appello alla vostra benevolenza, rifacendomi viva sul mio trascurato blog. C’è un bel po’ di polvere da togliere e un po’ di news da raccontare, quindi rieccomi.

Innanzitutto sono più vecchia di un anno, azz, e vabbè ce ne faremo una ragione e poi io avendo dei geni maschili molto spiccati non invecchio ma stagiono e quindi il mio livello di bonaggine et seducenza si impenna come il tasso di disoccupazione in Italia. Poi come la mia #bff Beyoncè direbbe sono Drunk in Love, ovvero da qualche tempo a questa parte ho un essere umano (che chiameremo Mr G.) che riesce a tollerare la mia mise invernale completa di pigiama scozzese alla zuava, calze al ginocchio di lana da scalatore e pantofole fuxia a forma di cane con cappello da notte; pensate, conviviamo pure! Che in gergo expat a Londra significa che condividiamo una camera in un appartamento con altre tre persone e considerando le precedenti soluzioni abitative in cui condividevo la casa con altre 10 persone o con un tizio che teneva chiusi nella sua camera un cane e una donna (tutti inspiegabilmente evaporati nella notte di un lontano giugno), direi che ho fatto passi avanti!

Ovviamente la convivenza comporta grandi sacrifici come ben sapete, tra questi la prova per me più grande: rifare il letto la mattina e non vi sto a narrare la gioia dei giorni in cui Mr G torna tardi e io posso lasciare la camera implosa, rimettere tutto in ordine 10 minuti prima che arrivi e fare finta che è tutto a posto dall’ alba. In ogni caso non sono qui per narrare la mia noiosa vita di coppia, non ho mai parlato della mia vita privata se non in toni sarcastici e gettando qua e lá qualche finestra sulla vita domestica, per cui di certo non inizierò ora. E vorrei anche tirare le somme di questo anno e mezzo trascorso a Londra, ma non è il post adatto. Continua a leggere

Moving out: le undici fasi del dolore

zach efron

[Disclaimer: nessun Zach Efron è stato maltrattato durante la stesura di questo articolo – per ora]

Vivere all’estero implica inevitabilmente una quantità ingente di traslochi a cui, bene o male, non ci si abitua mai.
È sempre un dolore traslocare, fisico e psicologico, una sevizia che non raccomanderei a nessuno, se non al vostro peggiore nemico e che è paragonabile a quegli stupidi comodini che urtano i vostri mignoli un po’ cerebrolesi (ma lo vedi il dannato comodino no? Cosa diavolo vai a sbatterci contro, sei scemo?): brutti, fastidiosi, evitabili e inutili.
Ma volente o nolente arriva sempre il momento di lasciare la magione per volare verso altri piccoli angusti e poco aerati lidi (a noi gggiovani piace soffrire), ma voi tutti penserete che il dramma sta nell’impacchettare e trasbordare.
Eh no miei cari. O meglio, lo è per le persone normali.
Esiste infatti una irrisoria percentuale di persone, tra cui la sottoscritta, che va sotto il nome de I PROCRASTINATORI CRONICI che prova un effettivo panico nella fase successiva al trasloco: lo Spacchettamento.
C’è da dire che i P.C. hanno molte disabilità che spaziano in vari campi, dalle scadenze lavorative, alla prenotazione vacanze, all’organizzazione in generale della propria vita, ma lo Spacchettameto è forse un’adeguata metonimia di questa acuta condizione.

Una volta che il cab o il furgone di turno vi ha smollato la roba nel nuovo giaciglio, l’unica cosa che il P.C. vuole fare è dimenticarsene.
In quanto P.C. sono arrivata a sguazzare tra i miei scatoloni fino a un massimo di due settimane.
Avevo trovato il perfetto compromesso tra la malattia mentale e l’attuale stato della mia camera aprendo una breccia in una delle valigie da cui estraevo i vestiti da mettere e ogni giorno era un terno al lotto per scoprire l’outfit giornaliero (con risultati improbabili).

La forza di cambiare arriva da dentro o da un tuo caro che ti minaccia di denuncia per danni morali dati dal tuo stile di vita diciamo bohemienne.

Lo Spacchettamento Procrastinato è riconoscibile da diverse features. Continua a leggere

Vestivamo alla pakistana. Capitolo I: Osama, quando la fetta di culo non è mai abbastanza spessa

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“There’s no time for poo!”.

E con questo abbiamo toccato il fondo.

Sembra l’atto finale di una commedia teatrale, ma calato il sipario, ci troviamo effettivamente di fronte alla fantasmagorica vita di Susanna, giovane donna nei suoi middle twenties, che cerca di tenersi a galla in questa spumeggiante metropoli europea.
A scrivere trailer del genere mi si accappona istantaneamente la pelle perché ho sempre odiato quelle commediucole da quattro soldi prodotte in serie che ammassano gli scaffali delle librerie, ed è ancora più agghiacciante trovarsi a vivere giorno per giorno il sopracitato stereotipo.

Ma andiamo con ordine. A ritroso.
Il “there’s no time for poo” è l’ultima cosa che ho sentito dire da Osama a Monster.
Provo molta pena per tutte e due, ma ancora di più per il Calliffo (lo step-father) il quale furbescamente non è mai in casa, ma sempre in giro a menar la ciolla   per l’Europa/Sud est asiatico, tanto da domandarmi quanto la moglie spenda di carta vetrata per limarsi le corna ogni sera.

Monster dovrà dunque tenersi la poo per tutto il pomeriggio e sinceramente sarà una prova di coraggio dal momento che caga come un elefante col colon prolassato, merito dell’impeccabile cucina finto-pakistana che Osama si ostina a somministrare all’intera famiglia, nel vago tentativo di rimanere aggrappata a delle radici che ormai non sono più neppure sue, nata lei insieme a tutte le sorelle in quel di Loch Lomond (ameno villaggetto in provincia di Glasgow) da genitori pakistani che non hanno mai imparato la lingua (immaginate le grandi risate isteriche di me che cerco di capire cosa vogliono al telefono).
Sarà anche per questo che sono forse l’unica expat che invece di lievitare perde chili come una modella polacca prima di una sfilata (il paragone non è casuale vista la quantità di ossa che cammina per il centro, data la London Fashion Week)?

Questa famiglia davvero meriterebbe una sit-com tutta per loro su Comedy Central o sulla HBO.
Di certo si meritano un post sul mio blog e forse anche due o tre. Continua a leggere