White is the new Black e analisi dresso-sociale della comunità Polacca a Londra

Allora iniziamo con il distrarvi con questo video dall’alto grado di cuteness ed epicità:

E chiosiamo maldestramente, tipo gatto con zampe incollate a pentolini di rame che cammina su porfido, sul fatto che sono sparita DI NUOVO dal mio blogghettino per mesi, ma si sa la vita, i viaggi, laggente, mi hanno portato su una nuvola dorata in giro per il Sud-Est Asiatico per circa un mese e poi un altro mese nella MAINLAND anche conosciuta come Italia, dove ho trascorso le mie vacanze romane da Nord a Sud con il mio nostrano Cary Grant, alias Mr G., terminate infine nella fredda ma già assolata Londra, dove col cuore carico di ricordi, calamite per frigo e svariati kg di pesto, frutta di stagione e pizza napulitana, ci siamo ricollocati, pronti ad affrontare la nuova routine e l’autunno.

Devo dire che Londra è stata clemente con me, considerando Continua a leggere

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My life in Cambogia: sulla birra dell’Impero, i palloncini della felicità e i Westlife

Dovrei lavorare, sono le 9.24 del mattino, ma questa settimana non funziono proprio.
Non so cosa mi è successo, ma mi sveglio stanca e rimango stanca tutto il giorno, saranno i 4 milioni di gradi diurni e i 3,5 notturni che non giovano esattamente al mio organismo. Ogni mattina mi alzo, guardo la pozza marroncina (sudore+abbronzatura) sulle mie lenzuola bianche (sì un genio ad avercele bianche ma sono troppo tirchia per comprarne un nuovo paio che mistifichi la mia attuale condizione di piccola Mowgli) e faccio una fatica bestiale a mettermi in piedi. Vorrei solo continuare a vegetare nel letto o fare come il mio collega A., che quando gli gira non si presenta a lavoro o si fa venire un attacco di diarrea dopo pranzo di modo da essere pulito dentro e fuori per la serata di perdizione a base di balloons e Angkor beer, che lo porterà a una mattina di hangover in cui ovviamente non si farà vivo in ufficio (cfr. stamattina).

Per chi non lo sapesse la Angkor beer è la birra nazionale cambogiana. La trovate ovunque ed è molto leggera per cui non la sentirete nemmeno e allora ne berrete svariate lattine finchè non vi ritroverete riversi nel Mekong a chiedervi come mai state galleggiando in un fiume grigio (diciamo che il Mekong non ha proprio acque cristalline e non mi stupirei di trovare la casa-vacanze delle Tartarughe Ninja e il Maestro Splinter in riva).

I Balloons invece sono la moda del momento e la mia collega e compagna di bisbocce E. non manca mai di ricordarmi il suo progetto imprenditoriale a riguardo: importare i balloons in Italia e diventare le nuove Scarface. Probabilmente non ne avete mai sentito parlare se non avete mai frequentato questa parte del mondo o magari sì ma in diversa foggia – so che sta prendendo piede in UK. Il Balloon non viene considerato una droga dal momento che non si fuma nè si inietta: è infatti un gas esilarante (monossido di azoto) proveniente da una gigantesca bombola a gas (di questo genere) con cui dei comunissimi palloncini vengono riempiti.
Li potete trovare in moltissimi bar e discopub, a 2$ per palloncino e normalmente c’è un’area appartata dove i suddetti vengono consumati, vari divanetti dove ti puoi sedere e rilassare, perchè lo scopo di tutto questa esperienza è farsi una grassa risata della durata media di un minuto, per poi lasciare spazio a una sensazione di totale rilassamento e pace interiore (a meno che non ci date dentro di Angkor beer e allora i risultati sono talmente vari e coloriti che ci potrei girare un documentario alla Barney Gumble dei Simpsons).

Naturalmente Balloons e Angkor non prescindono da un’altro elemento fondamentale dello sballo autoctono: la musica (locale e western).

Il più famoso cantante cambogiano e idolo delle folle nonchè versione neo-melodica khmer del nostrano Nino D’Angelo è Preap Sovath: cantante, attore, testimonial della sopracitata birra, modello di vita per la gioventù cambogiana (infanzia difficile – molla la scuola per aiutare la madre rimasta sola – ma ha un sogno intro o’ core – molla la zappa e promette a mammà di tornare vincente – trova felicità, ricchezza, successo e tanta chirurgia estetica a Phnom Penh – ma non si dimentica della mamma al villaggio), molto classy sia nel trucco che nel parrucco come potete vedere dalla foto a lato. Le sue canzoni sono ovunque, specialmente nei karaoke che sono un po’ l’anima delle serate locali e nelle discoteche dove a pari merito però troviamo anche le grandi passioni dei cambogiani: i Maroon V e i Westlife. Io ora non so di preciso per quale arcano motivo siano state scelte nello specifico queste due band per colonizzare il mercato SEA (Sud-Est Asiatico) ma apparentemente i marketer di qui hanno fatto bene il loro lavoro dal momento che spopolano grandemente, nonostante i Westlife siano defunti da anni e se in Europa li menzioni a qualsiasi giovine nato dopo il 1990 ti risponderà: “Westche?“. Ormai mi sono adattata anche io e ho imparato a memoria “Fly without wings” e “Seasons in the sun” e per fortuna sono già un’adepta del Maroonfaivesimo e dell’Adamlivainismo quindi sono stata ben felice di trovare altri credenti come me.

Sembra un po’ il festival del trash e dell’assurdo, ma vi assicuro che non ci si annoia mai e dopo un tot di tempo vi sembrerà tutto assolutamente normale e sensato.

Vado a finire la mia Ankgor con in sottofondo il mio adorato Preap…

Ad Maiora.

This is our last night

Bjorn_Kowalski_Hansen_17Bon regaz, ultimo post da residente in Italia, domani alle 14.20 si leva le tende forevah and evah e io sto cercando di raccapezzarmi con valige, check-in, amici da salutare ecc… e imprevisti dell’ultima ora. Infatti e ovviamente, solo io potevo rendermi conto a 24h dalla partenza di aver comunicato l’aeroporto di arrivo sbagliato alla family, Gatwick invece di Heathrow; sono troppo ganza per fare la figura della gelataia e mandargli l’sms con: “Sorry I made a mistake”, così mi sono cercata il tragitto  giusto per arrivare a Clapham Junction dove il K. mi caricherà in macchina e andremo nella mia nuova casa a Brixton.

L’Occhio di Sauron nel frattempo continua a cucinare, forse per sdrammatizzare l’ansia. Cucina, cucina come se non ci fosse un domani, come se dovessi trasferirmi in un gulag russo o nella Terra del Fuego, dove mi nutrirò di bacche e carcasse di animali deceduti per cause non meglio identificate. Come al solito pensa che non sarò in grado di cavarmela da sola in terra straniera, ma se ce l’ho fatta l’anno scorso in Giappone, non vedo perchè non dovrei ora, in un paese di cui addirittura capisco la lingua! Lusso.

Mio padre mi fa domande assurde del tipo:”Hai dei giorni di riposo? Ma puoi stare in casa nei giorni di riposo? Dove ti laverai? Ti devi portare dei piatti di plastica? Ma sei in nero?”. Disagio. Mia sorella prenota ventordici voli per Londra. Doppio disagio.

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L’acqua è un bene prezioso

Giusto per dare una base razionale al mio delirio di onnipotenza, vi riporto questo brevissimo episodio.

E’ da un bel po’ di tempo che aspetto un pacco che mi sono autoinviata dal Giappone prima di partire, pieno di vestiti pesanti e varie amenità utili alla mia sopravvivenza in questo autunno piovoso e già freddino. Non ho una giacca che sia una, no sneakers e babbamente mi sono anche spedita il caricatore del pc, così una volta in Italia ho dovuto comprarne uno su Amazon e ora mi ritrovo con due caricatori. Anyway, il tempo passa e non arriva una ciosba, io sono sempre più infreddolita e inizio a recuperare ricevute varie a tracciare il pacco e ad accendere ceri in chiesa, fino a questo momento di profonda disperazione e rabbia. La minaccia come potete vedere è chiara e lapalissiana, ma non tengo conto dei miei super poteri e non curante lancio la mia maledizione.

E così, nell’ordine e tutto ovviamente prima del mio compleanno, succede questo e questo. Salvatemi da me stessa, vi prego. Anzi, salvatevi, voi che potete. (Poi vabbè qualcuno mi deve spiegare perchè il mio pacco puzzava tremendamente di naftalina, ma questa è un’altra storia).

Se non altro ora posso riappropriarmi delle mie scarpe da corsa e smettere di fare cyclette a piedi nudi, che non è molto comodo e mi rende poco fica. Non sto perdendo un grammo che sia uno, ma se non altro sudo come un cavallo al Palo di Siena e sono costretta a farmi la doccia. Penso che per un buon 95% della gente  il momento del bagno rappresenti una situazione con una canzone di sottofondo simile, relax, pace, sole, cuore, amore. Per me rappresenta un momento di angoscia, una battagli psicologica che ogni volta devo combattere col mio cervello. Perchè dovete sapere che  io odio lavarmi, per me c’è solo acqua bagnata, umido, freddo, perdita di tempo e l’inevitabile e mesto raffronto con lo Specchio che mi comunica con gelida oggettività: “SEI UNA MERDA. Hai la pancia bucherellata (il dark side di avere una pompa insulinica, nda), hai un Wally che sembra un terzo capezzolo, non ti depili da sei anni e puzzi. E non guardare la Lavatrice. Anche lei la pensa così.” Mi giro verso la Lavatrice, che ovviamente in quel momento è muta:”Brutta stronza, tutte le volte che ti parlo, mica me le dici ste cose!”. Non contento, continua:”Quando hai intenzione di levarti la pelliccia, spalmarti un po’ di crema idratante, cazzuolarti di trucco la faccia, uscire e trombarti qualcuno?” Ma io seguo il dogma di Adam Levine, doin’ dirt per cui lo ignoro, mentre tento di trovare la giusta combinazione di acqua fredda e calda che mi consenta di ridurre al minimo il fastidio della doccia. La cosa che più odio infatti è la sensazione di bagnato sulla pelle, i capelli umidi, l’acqua negli occhi, la schiuma dello shampoo, dover aspettare che il balsamo faccia effetto e poi asciugarsi i capelli. Che tanto poi al massimo dopo 3 giorni sono di nuovo punto e a capo. Altro bagno, altra scocciatura. A che pro? Non è meglio rimanere zozzi per un po’ e lavarsi solo quando è strettamente necessario? Anche le bollette ringrazierebbero.

Che poi tra l’altro l’architettura del bagno di casa mia non è che aiuti a rendere questa esperienza più piacevole. Lo spazio è minuscolo, c’è una vasca con un gradino che non ti permette di stenderti; l’attacco del braccio della doccia mi arriva al petto, indi con una mano devo reggere il braccio e con l’altra lavarmi; all’altezza della testa c’è una finestra, ma si apre verso l’interno e ruba un sacco di spazio, per non parlare delle capocciate che mi prendo tutte le volte. L’unico aspetto positivo della suddetta finestra è che mi lascia fare la doccia spiando i vicini senza che mi vedano biotta e la sera mi vedo la luna.

Il momento dello scrub segna l’inizio della fine, la luce in fondo al tunnel. Fosse per me non lo farei, ma io so che nel momento in cui metto piede fuori dal bagno l’Occhio di Sauron lancerà il suo sguardo penetrante e con un sibilo assordante che farebbe impallidire un Dissennatore mi direbbe:”Perchè non ti sei tolta la pelle mortaaaahh…quando eri piccola te lo facevo sempre e se ora hai la pelle elastica e soda è solo grazie a meehh…” come se riuscisse a individuare e conteggiare il numero di cellule morte sul mio corpo. (Stupido retaggio infantile: me lo ricordo bene quando mi faceva il bagnetto con l’acqua a 80° e mi raspava via schiena-collo-braccia-gambe finchè non uscivo fuori dello stesso colore e consistenza di una prugna secca, ho ancora il trauma).

Per cui potete immaginare la mia sofferenza ora che mi faccio un’ora di cyclette al giorno, quindi una doccia al giorno. Mi infliggo questo martirio perchè ormai non vivo più della rendita giapponese (bei tempi quando mangiavo il doppio e bruciavo il triplo…la combo estate torrida-bicicletta come unico mezzo di locomozione-gestione autonoma di casa e vita fu una manna) e ogni grammo di CHO che ingerisco si tramuta magicamente in un kg di ciccia e anche perchè spero che in un giorno non troppo lontano potrò camminare senza che le mie cosce funzionino come pietre focaie e appicchino casuali incendi ogni qualvolta le metto in moto e soprattutto, nel momento in cui mi ritroverò di nuovo un uomo tra le gambe, si renderà conto di non avere a che fare con due scialbe e flaccide cosce, ma con due colonne di Traiano che farebbero invidia anche a Xena, pronte ad avvilupparlo nella loro letale morsa amorosa.

ps: ho deciso di iniziare una nuova cazzutissima rubrica che metterò in fondo ai post, quando mi pare. Enjoy.

DailyDaddy: quella volta che mio padre invece di leggere “posta aerea” lesse “Birmania” e mi chiese:”Ma questo pacco arriva dalla Birmania???”. E’ ancora un mistero quale connessione cerebrale ha smesso di funzionare in quel momento e ha trasformato le parole p-o-s-t-a-a-e-r-e-a in B-i-r-m-a-n-i-a.

Ad maiora.

Perchè suddenly anche io sono una donna

Siamo a settembre. E ogni scusa è buona per non studiare (non è un caso che stia scrivendo ora un post). Sono seduta in felpa e calzettoni, col thè nero che l’Occhio di Sauron ha preparato stamattina assieme alla colazione Istanbul-amarcord, che ho sapientemente dribblato per non dovermi fare 500 unità di insulina in un botto solo e poi  fare la fame il resto della giornata cibandomi solo di cicoria e coca zero.

L’altro giorno (quando ancora c’era quella cosa chiamata estate) mi ha scritto un’ amica S., informandomi che stava per mettersi della pellicola per alimenti sulle cosce. Così, a caso. In realtà so benissimo che nel preciso istante in cui avete letto questa frase si è aperta una voragine nel terreno e il parco-lettori si è diviso in 3 gruppi: le donne che sanno di cosa sto parlando, le donne che non sanno di cosa sto parlando, e gli uomini.

Tu, manzettina dai 5 ai 15 kg in più che hai intravisto la luce della magrezza in fondo al tunnel del grasso molesto e no-more-hidable, tu sai di cosa sto parlando. Tu invece, donna baciata da un dio cinico e ironico che non sa cosa sia una plus-size o un contacalorie, tu per favore, vai a vedere i tutorial di makeup sul tubo e non scassare. Tu uomo, infine, che hai pensato subito a questo perchè non sai la differenza tra pellicola e alluminio, ti do un bacetto sulla fronte e se sei figo ci vediamo dopo.

Ebbene, dicevo, S. perché vuole impacchettarsi come manco Christo (l’artista, non l’amico barbuto) saprebbe fare, in un ammasso di polimeri plastici con difficoltà di deambulazione? Per dimagrire ovviamente, o per avere l’illusione di farlo.

Le donne che sanno, le donne che hanno colto, sapranno benissimo come rubare il cellophane alle loro madri, applicarlo con contrito e rituale dolore sulle cosce e sull’addome, maledendo il giorno in cui non vi siete depilate per pigrizia, con una maestria tale per cui Paul Bettany probabilmente vi avrebbe lasciato la parte del monaco albino di “The Da Vinci Code” senza batter ciglio. Dopo di che o la pigrizia vi assale e rimanete spaparnzate sul divano a lasciare chiazze odorose della vostra persona o con un ultimo grande sforzo vi piazzate sulla cyclette e iniziate la vostra personalissima via crucis fatta di:

playlist non adeguate per cui non riuscite a tenere il ritmo;

vicini oscenamente impiccioni che si sistemano in poltrona a osservare voi che sputate sangue;

piedi che scappano dai pedali;

mani che non sanno se reggersi ai manubri che non hanno mai la giusta inclinazione, o se fare esercizi per i fatti loro (un’ Ether Parisi dei poveri insomma);

muscoli che, assopiti, si svegliano nella nebbia di grasso e messi in moto a caso, si girano e ti urlano: “CHE CAZZO FAI!!!!!!”*;

interni coscia in fiamme;

la tua vagina, che non sa stare mai al suo posto e viaggia, col supporto del sudore, in lungo e in largo sul sellino;

sudore nei capelli (e tu ovviamente che sei lungocrinita sai benissimo che dovrai lavarli ogni santissima volta);

maglietta della Decathlon col sudore mappato su di essa, tipo texture militare.

Ma alla fine, dopo i tuoi 50 minuti-1 ora di martirio, scendi barcollando e con le gambe che tremano, madida, ti srotoli di dosso la pellicola, lasciano una scia lumachesca, e vedi il sudore raccolto, i pori della tua pelle che annaspano e che senti distintamente gridare:”ariaaaaaaaaaaaaaa“. In quel momento sei soddisfatta, ti guardi allo specchio, sfranta come una battona a fine turno, ma l’occhiettino brilla, l’autostima non è più incastrata assieme a Lucifero, laggiù nella bocca dell’Inferno, ma diciamo che è leggermente risalita. Il cellophane ha fatto il suo dovere, o almeno credi dato che non ci sono prove scientifiche/studi specifici a riguardo; ora giace sul pavimento del bagno, esanime. Con un ultimo guizzo di vita volge lo sguardo alle tue chiappe rosse.

Ogni giorno una pellicola si alza e sa che dovrà abbracciale epidermide flaccida e cosce cellulitiche e che in ogni caso verrà uccisa. Save it.

Ad maiora.

 

 

*battuta ispirata a: Ma ti sei vista?

ps: ah e se vi chiedete perchè abbia farcito il post di metafore e paragoni biblici, sì oggi mi sento misticamente ispirata.

Sull’ Agosto boia, le boee alienate e il buio esistenziale

I pray that this August will rush so fast. Actually I feel more confortable writing in english, ‘cause it was the main language I used to talk for such a long time, with some japanese, but I have to understand that now I am in Italy and in Italy  people speak italian and not english, so that’s why I just stop to write in english and go back to italian.

Ok, avevo solo bisogno di vedere e sentire delle parole in un’ altra lingua. E’ strano per me sentire parlare tutti la mia stessa lingua, mi ero abituata a una moltitudine informe di persone che parlavano alla velocità della luce, io capivo sì e no il 20% di quello che si/mi dicevano e l’inglese per me era diventato il passaporto per avere relazioni di qualsivoglia genere. Fa strano, come diceva M., cercare anglofoni per le strade della propria città o guardare film doppiati. Non immaginate quanto si perda col doppiaggio. E’ vero che in Italia c’è una grande tradizione di dubbers e ci sono fior fiori di scuole, ma i film americani doppiati, hanno un non so che di strano, di ordinario, in lingua originale sono completamente diversi.

Agosto. Il mese del nulla, il mese dell’attesa e dello studio, almeno in teoria. Ho due esami a settembre e una tesi da iniziare, se voglio sperare di laurearmi a Marzo senza pagare rate aggiuntive e altre menate. E infatti domani inizierò con uno studio tranquillo e appassionato, perchè lo studio, il ficcarmi virtualmente in decine di musei, sarà ciò che mi salverà da un’altalena di noia e dolore [cit.]. Più che dolore, noia.

Il problema principale da affrontare ora è lo scontrarmi con tanti dettagli della vita quotidiana in Italia, che mi ero lasciata alle spalle. Tipo le strade asfaltate alla cazzo di cane, che tutte le volte che vado in bici buco le ruote, la gente che urla, le commesse che non ti insacchettano quello che hai comprato, ma che ti stanno addosso come solo una tigre a digiuno nella Savana sa fare, i vicini di casa molesti che alle 8 del mattino si mettono a raccontare i fatti loro e/o degli altri, il vicino di casa 70enne nudista [quello non mi era mancato], la tv in italiano, i genitori.

Tornare a vivere coi genitori, con la famiglia, sotto lo stesso tetto è un degli shock più grandi, unita alla totale assenza di indipendenza economica. Mi sembra di essere una quindicenne, o un atleta infortunato in clinica di riabilitazione, che era abituato a fare 1000 e ora sta facendo 100 e si incazza. Avevo la mia casa, i miei soldi, la mia vita, le mie cose. Pensare di avere una casa da sola qui è impensabile, perchè trovare un lavoro stabile è impensabile, quindi passo la maggior parte del mio tempo nella mia parte di stanza, che è diventata una sorta di fortezza, fatta di sterili ricordi materiali e tanti cuscini.

Il secondo problema principale è che non sento dolore, e non ho nemmeno questa grande nostalgia che si potrebbe immaginare e che  sarebbe del tutto plausibile. Mi trovo in questo stato particolare di alienazione, in cui guardo tutto e tutti come da dietro un finestrino, come se ci fosse un layer che mi separa dal mondo e dall’altra parte ci sono solo io che osservo e immagazzino dati. Ecco, mi sento come una di quelle boe nell’oceano, quelle alla “The day after tomorrow”, che raccoglie informazioni e poi non si sa bene cosa ce ne farà, non è dato saperlo.

Agosto mi tiene imprigionata in questa bolla, ma tutto sommato non è male, potrebbe essere peggio. Sono solo un po’ stitica con i rapporti umani, se non ci fosse L. che mi tira fuori ogni giorno e mi fa capire che è normale, che è tutto normale, che col tempo tornerò a bucare il layer, ma che rimarrà forato e basta, che non si lacererà mai, perchè le persone come me e lui sono quel tipo di persone che hanno preso la pillola rossa ai tempi, per cui non si torna indietro, per cui vedrai sempre il posto in cui vivi con un certo distacco critico.

Non c’è nessun tunnel di disperazione, nessun pianto nostalgico soffocato nel cuscino, ancora una volta il mio sistema cerebro-immunitario agisce a caso e mi salva dal buio disperato dell’esistenza in madrepatria e in qualche modo mi sospinge verso la conclusione del mio percorso universitario, che in un modo o nell’altro arriverà (perché non sono una che procrastina quando ci sono di mezzo soldi). E dopo stay tuned.

Ad maiora

雨季

Dopo giorni e giorni, finalmente passo un (tardo) pomeriggio a casa. Forzatamente. Perché tra qualche ora dovrebbe passare un bel ciclone tropicale che percorrerà il suo sentiero dorato, passando anche per di qui. Per ora c’è solo una grande pioggia (da stamattina), ma hanno già chiuso un sacco di uffici. Prima ero in università, tentando di fare qualcosa per la presentazione di giovedì, ma c’era un’atmosfera generale di pigrizia e immobilità e sono queste situazioni che mi gettano in uno stato di angoscia surreale. Non ho mai capito perché mi succede, ma inizio a sentirmi male, mi palpita il cuore, mi sembra di essere incatenata a un muro, vorrei parlare con tutti, fare ottocentomila cose e invece sembra che il tempo non passi mai, l’orologio segna sempre le 15.40 e tu ti chiedi perché ti senti soffocare. Vorresti entrare nel cervello di tutti quelli che ti stanno intorno, scoperchiarlo e carpire i loro pensieri … insomma vorresti che accadesse qualcosa, qualsiasi cosa e invece niente accade. Penso sia l’effetto della stagione delle piogge qui.

L’idea di passare le prossime ore in questo stato non fa che alimentare la mia angoscia esistenziale e siccome so che questo mi porterebbe brevemente a controllare ossessivamente la bacheca di fb per intercettare qualsiasi notifica/movimento di persone, stasera mi vedo un film con S. e preparo sta benedetta presentazione per giovedì, visto che il modello non lo posso finire, essendo tutto in università. Ho mollato tutto lì perché a un certo punto è suonato l’allarme tifone e hanno annunciato che a causa dell’uragano l’uni avrebbe chiuso alle 18 per cui non aveva molto senso restare lì ancora.

Le settimane passate sono state ricche di eventi e infatti non sono quasi mai stata a casa, complice il bel tempo e gli amici, sono sempre stata in giro. Sembra quasi che la fine del corso di Mc Donald’s abbia sancito un cambiamento radicale nella mia permanenza qui. Ho persino scoperto degli amici all’interno del mio dipartimento e posso dire di essermi perfettamente integrata. Prima ad esempio facevo fatica ad andare nella working class a progettare, perchè mi sentivo un pesce fuor d’acqua, nessuno mi parlava e tutti sembravano iperconcentrati sui loro progetti. Poi è come se mi fossi levata un velo dagli occhi e ho iniziato a vedere cose che prima nemmeno notavo.

C’è Miho che arriva in classe e prima di iniziare a lavorare si fa un pisolino con la coperta sopra la testa; c’è Kayoko che la maggior parte del tempo cazzeggia al pc e cura le piante vicino alla finestra, ogni tanto chiede a qualcuno aiuto, viene da me e mi dice una frase in inglese; c’è Manami che è molto impegnata con l’internship e quando riesce a venire parliamo sempre come due zabette; c’è Saerom che ha il tavolo sempre pieno di scartoffie; c’è Sayaka che è la migliore. Non saprei cosa fare senza di lei, è fantastica, la adoro e mi piange il cuore a pensare che tutti noi siamo all’ultimo anno e dopo le nostre strade si divideranno e non ci vedremo mai più probabilmente.

Forse è questo pensiero che mi fa vivere nell’angoscia. Perché so che questo momento è destinato a finire, a non ripetersi e a vivere per il resto della mia vita nei miei ricordi. Le notti passate al karaoke, o a parlare dei massimi sistemi, i pomeriggi all’エミユウ (la bakery dell’università), le sbronze, le conversazioni impossibili con gente che non ti capisce, l’estrema facilità con cui passo da una lingua all’altra e la mia ricettività nei confronti della lingua giapponese…mi sento come un fiore che viene continuamente impollinato. Ogni giorno che passa capisco sempre di più e anche se non riesco a tenere una conversazione, capisco il senso generale di cosa mi viene detto. E’ come se la manopolina del mio cervello fosse stata girata su:”sponge mode” e immagazzino tutto quello che sento e poi al momento di capire, il mio cervello sputa fuori quello che ha raccolto e mi permette si comporre il senso della frase.

BREAKIN’ NEWS:

It is the first typhoon in 8 years to make a direct strike on Japan’s main island of Honshu during the month of June.

Guarda caso proprio quando sono io in Giappone. LOL. Il mio potere cresce sempre di più!!!!

Ad maiora.