Un Anyway di troppo e il fato che bussa alla porta – Woof Bitch!

Buongiorno e buon Venerdì a tutti!
Mi sembrava opportuno lanciare qualche Ansa sulla mia vita e lasciarla nell’etere visto che tutti i miei fan sono rimasti col fiato sospeso a chiedersi: “Ma Susanna….avrà trovato lavoro o sarà ancora una barbona che vive sul groppone della società????”
Ebbene. I succeded in my intento, come direbbe un italiano appena sbarcato in terra inglese e che non ha ancora capito che non tutte le parole italiane private delle ultime due lettere automaticamente diventano parole inglesi.
ANYWAY.

Il colloquio che menzionai nell’ultimo post non andò come speravo. Mi richiamarono per un secondo colloquio ma poi mi diedero il ben servito!

Depressa e senza vedere la luce in fondo al tunnel mi ero ripromessa che se non avessi trovato lavoro dopo Dicembre avrei iniziato a mandare nuovamente CV all’estero (momento Discovery Channel: curioso come ora io consideri estero ciò che è fuori dall’Inghilterra, mentre prima lo UK stesso era estero per me).

ANYWAY.

Ma il fato beffardo bussò di nuovo alla mia porta con un bel: “Biatch, col piffero che ti lascio partire di nuovo, mo ti trovo lavoro e ti incateno qua a vita muahaha”. Il fatto dell’incatenamento è più psicologico che fisico OVVIAMENTE, ma ANYWAY il fantastico team di Continua a leggere

My life in Cambodia: animali da ufficio

Vi siete mai chiesti com’è lavorare in Cambogia?

Io no.

E tutt’ora non me lo chiedo perchè magari in Cambogia si lavora diversamente ma nel mio ufficio va così e prendiamola come viene. Innanzitutto non c’è l’aria condizionata. Questo fattore fa già scappare il 99% dei fricchettoni in cerca di se stessi ma che il Sud-Est-Asiatico-è-la-nuova-India-e-allora-ci-ammazziamo-di-cannoni.

Abbiamo un gigantesco ventilatore del 1996 che crea una bora calda e appicicaticcia che ti lascia una patina di polvere e sudore sul computer e sul corpo la quale si rigenera automaticamente alle 8.30am ogni mattina entrando in ufficio. Se non altro è una protezione naturale contro l’invecchiamento (credo). Il suddetto ventilatore che per comodità chiameremo Mike, non cambia il fatto che ci sono 38 gradi all’ombra – percepiti 286, e che in ogni caso suderai.

Suderai. Suderai. Sudare è un mantra in Cambogia e in particolare a Phnom Penh. Ricordo che all’inizio del mio soggiorno, quando ancora il mio corpo era avvezzo alle gelide temperature londinesi, sudavo mentre facevo la doccia e uscita dal bagno sudavo ancora di più. Ora continuo a farlo ma in maniera decisamente più ganza: sudo e non puzzo, perchè sudando costantemente elimini la maggior parte delle tossine che creano il male odore e quindi semplicemente sudi acqua. Ganzo. Continua a leggere

The jungle bus: vaghe e piuttosto parziali considerazioni sui trasporti londinesi

fat_white_trash_girl_sitting_on_guy_on_wheelchair_they_should_probably_wait_untill_they_get_home

L’amore ai tempi del commuting

Vivere nella capitale del Regno Unito significa principalmente avere a che fare con un imponente sistema di trasporti pubblici che va dalla tube (underground), alla overground, al rail service (linea ferroviaria), al tramlink, ai bus, fino alla futuristica e futura railroad che sarà inaugurata nel 2018 e servirà a pieno regime entro il 2030 (cioè quando noi tutti saremo dei vecchiardi di internet, questo blog sarà morto e Facebook sarà soppiantato da microrganismi dissolti nella retina che produrranno arcobaleni liquidi a ogni like che penseremo – immaginate tutta la gente per strada che piange arcobaleni…. LOL ).

Insomma posso capire che il turista medio possa rimanere impressionato dalla falsissima, fintissima efficienza dei trasporti pubblici, mentre il residente straniero inizierà a notare alcuni comportamenti tipici dei London doc, che sono principalmente commuters.

I commuters passano la maggior parte della loro vita correndo.
Corrono per prendere il bus stracolmo perchè il precedente (stracolmo) non aveva nemmeno rallentato.
Corrono per non perdere la coincidenza con la District Line.
Corrono dentro la Distric Line per saltare sulla Victoria line per Green Park e riuscire a beccare la Piccadilly che li porterà in culo al mondo.
Con tutto questo stress giornaliero che si ripete almeno due volte in 24h, i londinesi tendono a sviluppare comportamenti ossessivo-compulsivi o tendenzialmente schizofrenici.

Premesso che qui in pochi infrangono la legge e quindi tutti hanno la Oyster Card (carta dei trasporti), nessuno salta i tornelli, non passano a due a due, nè elemosinano il biglietto all’autista (nemmeno i barboni), quando arriva il momento di prendere un mezzo, il bus specificamente, comincia la sagra dell’autismo.
Uno dei tratti caratteristici di questa aberrazione della natura umana è la corsa al posto.
Credo che i commuters doc provino un effettivo orgasmo nel momento in cui hanno la possibilità di scegliere il posto designato, nel deck designato (per chi non lo sapesse, una buona percentuale dei bus di Londra hanno due piani).
Se stai aspettando un double decker, già dall’inizio della via scruti gli interni per capire quale zone sono appetibili e quali no e la probabilità che hai di accaparrarti il trono senza spargimento di sangue.
Se sei un vero londinese sappiamo tutti a cosa aspiri, brutta zecca riottosa che non sei altro: al primo posto a sinistra, nell’upper deck.
Per svariati motivi: è isolato, hai un’ampia visuale paesaggistica (il vetro arriva fino ai piedi), puoi appoggiarti al finestrino alla tua sinistra e ronfare e, cosa ancora più importante, puoi poggiare i piedi, perchè la fila sinistra ha più spazio tra vetro e sedile rispetto alla destra. Continua a leggere

Vestivamo alla pakistana. Capitolo I: Osama, quando la fetta di culo non è mai abbastanza spessa

The-Shining-the-shining-25586158-1024-576

“There’s no time for poo!”.

E con questo abbiamo toccato il fondo.

Sembra l’atto finale di una commedia teatrale, ma calato il sipario, ci troviamo effettivamente di fronte alla fantasmagorica vita di Susanna, giovane donna nei suoi middle twenties, che cerca di tenersi a galla in questa spumeggiante metropoli europea.
A scrivere trailer del genere mi si accappona istantaneamente la pelle perché ho sempre odiato quelle commediucole da quattro soldi prodotte in serie che ammassano gli scaffali delle librerie, ed è ancora più agghiacciante trovarsi a vivere giorno per giorno il sopracitato stereotipo.

Ma andiamo con ordine. A ritroso.
Il “there’s no time for poo” è l’ultima cosa che ho sentito dire da Osama a Monster.
Provo molta pena per tutte e due, ma ancora di più per il Calliffo (lo step-father) il quale furbescamente non è mai in casa, ma sempre in giro a menar la ciolla   per l’Europa/Sud est asiatico, tanto da domandarmi quanto la moglie spenda di carta vetrata per limarsi le corna ogni sera.

Monster dovrà dunque tenersi la poo per tutto il pomeriggio e sinceramente sarà una prova di coraggio dal momento che caga come un elefante col colon prolassato, merito dell’impeccabile cucina finto-pakistana che Osama si ostina a somministrare all’intera famiglia, nel vago tentativo di rimanere aggrappata a delle radici che ormai non sono più neppure sue, nata lei insieme a tutte le sorelle in quel di Loch Lomond (ameno villaggetto in provincia di Glasgow) da genitori pakistani che non hanno mai imparato la lingua (immaginate le grandi risate isteriche di me che cerco di capire cosa vogliono al telefono).
Sarà anche per questo che sono forse l’unica expat che invece di lievitare perde chili come una modella polacca prima di una sfilata (il paragone non è casuale vista la quantità di ossa che cammina per il centro, data la London Fashion Week)?

Questa famiglia davvero meriterebbe una sit-com tutta per loro su Comedy Central o sulla HBO.
Di certo si meritano un post sul mio blog e forse anche due o tre. Continua a leggere

This is our last night

Bjorn_Kowalski_Hansen_17Bon regaz, ultimo post da residente in Italia, domani alle 14.20 si leva le tende forevah and evah e io sto cercando di raccapezzarmi con valige, check-in, amici da salutare ecc… e imprevisti dell’ultima ora. Infatti e ovviamente, solo io potevo rendermi conto a 24h dalla partenza di aver comunicato l’aeroporto di arrivo sbagliato alla family, Gatwick invece di Heathrow; sono troppo ganza per fare la figura della gelataia e mandargli l’sms con: “Sorry I made a mistake”, così mi sono cercata il tragitto  giusto per arrivare a Clapham Junction dove il K. mi caricherà in macchina e andremo nella mia nuova casa a Brixton.

L’Occhio di Sauron nel frattempo continua a cucinare, forse per sdrammatizzare l’ansia. Cucina, cucina come se non ci fosse un domani, come se dovessi trasferirmi in un gulag russo o nella Terra del Fuego, dove mi nutrirò di bacche e carcasse di animali deceduti per cause non meglio identificate. Come al solito pensa che non sarò in grado di cavarmela da sola in terra straniera, ma se ce l’ho fatta l’anno scorso in Giappone, non vedo perchè non dovrei ora, in un paese di cui addirittura capisco la lingua! Lusso.

Mio padre mi fa domande assurde del tipo:”Hai dei giorni di riposo? Ma puoi stare in casa nei giorni di riposo? Dove ti laverai? Ti devi portare dei piatti di plastica? Ma sei in nero?”. Disagio. Mia sorella prenota ventordici voli per Londra. Doppio disagio.

Continua a leggere

Conato is a lifestyle

KeepCal-50228Risorgo momentaneamente dal mio letto di dolore per aggiornare il mondo sul fatto che sono ancora viva, ma mentalmente non lucida.

Ovviamente non sono in salute essendo Susanna, se fossi una persona sana di mente non mi chiamerei Susanna, non avrei un blog che aggiorno ad minchiam e con le peggio cacate che mi vengono in mente, non starei facendo una tesi che odio, non mi farei assalire da occasionali e totalmente patetici attacchi di panico, dubbi amletici sul futuro, e status mentali che viaggiano dallo sconforto puro alla depressione più nera, all’agonia.

Ovviamente tutto questo è generato da Conato, a cui sto attribuendo sembianze antropomorfe (come ogni oggetto che mi circonda, non so se vi ricordate lo Specchio, la Lavatrice e altre amenità) e che sta diventando il mio peggior nemico, ma anche il riflesso di ciò che sono io ora. Nella mia spirale di pazzia e illogicità vedo Conato come un tizio con la panza, che sorride poco, con un calzino bucato e l’altro lercio, i mutandoni verde marcio, le spalle pelose, l’alito che sa di morte, che sta perennemente svaccato in poltrona e che quando gli parli o fai una qualsiasi domanda ti guarda con lo sguardo vacuo e rutta (e non sto parlando dei miei amici maschi!).

E’ patetico, ridondante e insipido, uno di quei tipi che eviteresti come la peste. Che poi è quello che sto facendo io, infatti nonostante sia arrivata alla bellezza di 249 pagine ( ne mancano ancora una 50ina), vi assicuro che non sono in grado di dirvi di cosa parli esattamente questa tesi; è più che altro un’accozzaglia di paroloni, scopiazzature mistificatorie, interi pdf tradotti con Google Translate,  tante immagini, 20 parole per pagina e spazi bianchi.

Spazi bianchi everywhere. A profusione. Citazioni minimal piazzate ad arte in una pagina vuota tipo: “La più importante rete delle città siete voi. Le città sono solo una manifestazione fisica delle vostre interazioni, delle nostre interazioni, e il raggruppamento a comparti di individui” o “Incontriamo la rovina quando l’uomo diventa parte della natura”.

Cazzate. Tutte grandi, enormi, favolose, incommensurabili cazzate.

Ma il popolo vuole questo e noi da bravi intrattenitori glielo diamo. E chi sono io per negare questo dolce piacere?

DISCLAIMER: Ai lettori normali e seri, con una famiglia, una morale e un contegno dico di fermarsi qui. A tutti gli altri dico di continuare.

Continua a leggere

Not a perfect world, just a better place

Parliamo un po’ di futuro.

Solitamente non lo faccio perchè non sbandiero le cose ai quattro venti, ma l’inattività mi spinge a pensare e ormai anche le fantasie su Robert Redford hanno perso di slancio adrenalinico.

Ormai ho quasi deciso che dopo la laurea tenterò un PhD, non perchè ami particolarmente studiare o sia naturalmente portata a passare il tempo su libri e pubblicazioni, ma semplicemente perchè è un ottimo modo per fare quello che voglio fare davvero, viaggiare. E quale modo migliore se non quello di approfittarsi di ottime università che investono nel tuo potenziale?

Ovvio vincere un dottorato non è una cosa semplice e soprattutto immergersi in questo mondo fatto di dead line, cavilli, giurisdizioni oscure e cambi valuta improponibili significa entrare in un tunnel da cui difficilmente si riesce a uscire, ma visto che ho la fortuna di poter scegliere tra un lavoro ordinario e uno intellettualmente stimolante (perché ho le facoltà mentali e i titoli di studio adatti a farlo) se non altri vedo come va, poi se la strada del ricercatore non dà i suoi frutti tornerò a fare la fruttivendola, ma sarò una di quelle fruttivendole che non si pettinano mai e che ammorbano i malcapitati con aneddoti scomodi e prolissi.

La domanda legittima e spontanea ovviamente è: se fare il ricercatore richiede una cospicua dose di abnegazione e culo rotto, perchè tu ci vuoi provare?

Essenzialmente perché non ho di meglio da fare. Di stare con le mani in mano non sono capace e al di là di stipendi, pensioni, trattenute e tredicesime, ognuno dovrebbe fare in modo di ottenere quello che vuole ad ogni costo, di spremere la vita finchè ne ha la possibilità e di non farsi schiacciare troppo dalla società, cedendo a qualche compromesso ma neanche troppo.

Intendo dire che spesso, intruppati in tutti gli obblighi sociali, ci dimentichiamo di vivere felicemente, e ci limitiamo semplicemente a vivere per soddisfare dei bisogni puramente materiali.

Mettiamo che il ragazzo K. a 19 anni è un po’ svogliato, non vede molto al di là del suo naso e non gli piace stare troppo sui libri. Finita la scuola dell’obbligo si prende qualche mese per spassarsela poi inizia a cercare lavoro e diventa un operaio non meglio qualificato e passa da un contratto a tempo determinato all’altro. Aspetta agosto per farsi le vacanze al mare con la tipa a Iesolo o con gli amici a Ibiza, la tredicesima per pagarsi la rata della macchina che gli dà indipendenza e patina da fico e il lavoro in magazzino, sì magari pesa un po’ ma i soldi servono per la benzina, le serate in disco e la cintura di Kalvin Klein. A 25 anni il venerdì sera si ritrova al bar a lamentarsi del lavoro che non va, del capo che è una merda e della figa di legno che ha incontrato a Sharm el Sheik. A 30 anni incontra la donna della sua vita e contemporaneamente inizia a correre come un criceto impazzito per trovare un contratto a tempo indeterminato, qualunque esso sia. Dopo due anni lo trova e riesce ad affittare un appartamento con la futura sposa che dopo altri due anni figlia. L’uomo K. ora ha bollette, asili, domeniche preconfezionate, discount, assicurazioni, preoccupazioni sulla pensione, il futuro dei figli, la canizie.

Poi c’è il ragazzo J. che ha anche lui 19 anni, ma ha già subodorato qualcosa del futuro di merda che lo attende e decide di farsi il culo in una università spaccaossa, che riesce a finire in corso e con un buon voto. Durante i 5 anni di università ha fatto un po’ di lavori per pagare le tasse universitarie e qualche vacanza con gli amici, qualche attacco di panico pre-esame e  a 23 anni vince una borsa di studio per un semestre a Hong Kong. Pensa che sono tutti un po’ fuori di testa lì, ma che è comunque un’esperienza. A 25 anni tenta vari stage sottopagati nel suo paese, ma non ingrana, così inizia a mandare CV a destra e a manca e viene preso per 4 mesi ad Ankara come stagista, poi vede il bando di concorso per un posto da ricercatore a Val Paraìso e nel frattempo fa domanda in altri 18 atenei sparsi per il mondo. Non viene preso a Val Paraìso, ma a Stoccarda per due anni e mezzo. A 30 anni trova la donna della sua vita e contemporaneamente inizia a pensare a un posto dove mettere radici, perchè inizia a vedersi bene con qualche pargolo scorrazzante per casa, così accetta un incarico annuale a Stoccarda, ma poi tenta un altro concorso per Seattle e questa volta lo vince e lì inizia a collaborare stabilmente con l’università. Dopo due anni riesce ad affittare un appartamento con la futura sposa che dopo altri due anni figlia. L’uomo J. ora ha bollette, asili, domeniche preconfezionate, discount, assicurazioni, preoccupazioni sulla pensione, il futuro dei figli, la canizie.

Il sunto è che alla fine sia K. che J. muoiono, perchè tutti moriamo, ma forse J. avrà qualcosa da scrivere in più sulla lapide perchè non si è accontentato subito della via più facile e in punto di morte avrà raccontato tutte le cose che ha visto in giro per il mondo, prima di mettere radici in quella città e di mettersi a fare una vita uguale a quella di K.

Perchè a meno che non sei ricco sfondato o un asceta non scappi dalla società, l’uomo al di fuori della società non esiste dicevano i giusnaturalisti e noi essendo figli della nostra era, siamo uomini che vivono in una società piena zeppa di restrizioni, codici, obblighi.

Il segreto sta nel far credere alla società stessa di stare al gioco, di vivere secondo i dogmi, sfruttando la sicurezza che inevitabilmente una realtà così strutturata ti dà, mentre tu vivi davvero.

Ad maiora.