Porte, vedo porte ovunque

maxresdefaultCosparsa di cenere un po’ ovunque, mi prostro a voi e mi appello alla vostra benevolenza, rifacendomi viva sul mio trascurato blog. C’è un bel po’ di polvere da togliere e un po’ di news da raccontare, quindi rieccomi.

Innanzitutto sono più vecchia di un anno, azz, e vabbè ce ne faremo una ragione e poi io avendo dei geni maschili molto spiccati non invecchio ma stagiono e quindi il mio livello di bonaggine et seducenza si impenna come il tasso di disoccupazione in Italia. Poi come la mia #bff Beyoncè direbbe sono Drunk in Love, ovvero da qualche tempo a questa parte ho un essere umano (che chiameremo Mr G.) che riesce a tollerare la mia mise invernale completa di pigiama scozzese alla zuava, calze al ginocchio di lana da scalatore e pantofole fuxia a forma di cane con cappello da notte; pensate, conviviamo pure! Che in gergo expat a Londra significa che condividiamo una camera in un appartamento con altre tre persone e considerando le precedenti soluzioni abitative in cui condividevo la casa con altre 10 persone o con un tizio che teneva chiusi nella sua camera un cane e una donna (tutti inspiegabilmente evaporati nella notte di un lontano giugno), direi che ho fatto passi avanti!

Ovviamente la convivenza comporta grandi sacrifici come ben sapete, tra questi la prova per me più grande: rifare il letto la mattina e non vi sto a narrare la gioia dei giorni in cui Mr G torna tardi e io posso lasciare la camera implosa, rimettere tutto in ordine 10 minuti prima che arrivi e fare finta che è tutto a posto dall’ alba. In ogni caso non sono qui per narrare la mia noiosa vita di coppia, non ho mai parlato della mia vita privata se non in toni sarcastici e gettando qua e lá qualche finestra sulla vita domestica, per cui di certo non inizierò ora. E vorrei anche tirare le somme di questo anno e mezzo trascorso a Londra, ma non è il post adatto. Continua a leggere

The jungle bus: vaghe e piuttosto parziali considerazioni sui trasporti londinesi

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L’amore ai tempi del commuting

Vivere nella capitale del Regno Unito significa principalmente avere a che fare con un imponente sistema di trasporti pubblici che va dalla tube (underground), alla overground, al rail service (linea ferroviaria), al tramlink, ai bus, fino alla futuristica e futura railroad che sarà inaugurata nel 2018 e servirà a pieno regime entro il 2030 (cioè quando noi tutti saremo dei vecchiardi di internet, questo blog sarà morto e Facebook sarà soppiantato da microrganismi dissolti nella retina che produrranno arcobaleni liquidi a ogni like che penseremo – immaginate tutta la gente per strada che piange arcobaleni…. LOL ).

Insomma posso capire che il turista medio possa rimanere impressionato dalla falsissima, fintissima efficienza dei trasporti pubblici, mentre il residente straniero inizierà a notare alcuni comportamenti tipici dei London doc, che sono principalmente commuters.

I commuters passano la maggior parte della loro vita correndo.
Corrono per prendere il bus stracolmo perchè il precedente (stracolmo) non aveva nemmeno rallentato.
Corrono per non perdere la coincidenza con la District Line.
Corrono dentro la Distric Line per saltare sulla Victoria line per Green Park e riuscire a beccare la Piccadilly che li porterà in culo al mondo.
Con tutto questo stress giornaliero che si ripete almeno due volte in 24h, i londinesi tendono a sviluppare comportamenti ossessivo-compulsivi o tendenzialmente schizofrenici.

Premesso che qui in pochi infrangono la legge e quindi tutti hanno la Oyster Card (carta dei trasporti), nessuno salta i tornelli, non passano a due a due, nè elemosinano il biglietto all’autista (nemmeno i barboni), quando arriva il momento di prendere un mezzo, il bus specificamente, comincia la sagra dell’autismo.
Uno dei tratti caratteristici di questa aberrazione della natura umana è la corsa al posto.
Credo che i commuters doc provino un effettivo orgasmo nel momento in cui hanno la possibilità di scegliere il posto designato, nel deck designato (per chi non lo sapesse, una buona percentuale dei bus di Londra hanno due piani).
Se stai aspettando un double decker, già dall’inizio della via scruti gli interni per capire quale zone sono appetibili e quali no e la probabilità che hai di accaparrarti il trono senza spargimento di sangue.
Se sei un vero londinese sappiamo tutti a cosa aspiri, brutta zecca riottosa che non sei altro: al primo posto a sinistra, nell’upper deck.
Per svariati motivi: è isolato, hai un’ampia visuale paesaggistica (il vetro arriva fino ai piedi), puoi appoggiarti al finestrino alla tua sinistra e ronfare e, cosa ancora più importante, puoi poggiare i piedi, perchè la fila sinistra ha più spazio tra vetro e sedile rispetto alla destra. Continua a leggere

Moving out: le undici fasi del dolore

zach efron[Disclaimer: nessun Zach Efron è stato maltrattato durante la stesura di questo articolo - per ora]

Vivere all’estero implica inevitabilmente una quantità ingente di traslochi a cui, bene o male, non ci si abitua mai.
È sempre un dolore traslocare, fisico e psicologico, una sevizia che non raccomanderei a nessuno, se non al vostro peggiore nemico e che è paragonabile a quegli stupidi comodini che urtano i vostri mignoli un po’ cerebrolesi (ma lo vedi il dannato comodino no? Cosa diavolo vai a sbatterci contro, sei scemo?): brutti, fastidiosi, evitabili e inutili.
Ma volente o nolente arriva sempre il momento di lasciare la magione per volare verso altri piccoli angusti e poco aerati lidi (a noi gggiovani piace soffrire), ma voi tutti penserete che il dramma sta nell’impacchettare e trasbordare.
Eh no miei cari. O meglio, lo è per le persone normali.
Esiste infatti una irrisoria percentuale di persone, tra cui la sottoscritta, che va sotto il nome de I PROCRASTINATORI CRONICI che prova un effettivo panico nella fase successiva al trasloco: lo Spacchettamento.
C’è da dire che i P.C. hanno molte disabilità che spaziano in vari campi, dalle scadenze lavorative, alla prenotazione vacanze, all’organizzazione in generale della propria vita, ma lo Spacchettameto è forse un’adeguata metonimia di questa acuta condizione.

Una volta che il cab o il furgone di turno vi ha smollato la roba nel nuovo giaciglio, l’unica cosa che il P.C. vuole fare è dimenticarsene.
In quanto P.C. sono arrivata a sguazzare tra i miei scatoloni fino a un massimo di due settimane.
Avevo trovato il perfetto compromesso tra la malattia mentale e l’attuale stato della mia camera aprendo una breccia in una delle valigie da cui estraevo i vestiti da mettere e ogni giorno era un terno al lotto per scoprire l’outfit giornaliero (con risultati improbabili).

La forza di cambiare arriva da dentro o da un tuo caro che ti minaccia di denuncia per danni morali dati dal tuo stile di vita diciamo bohemienne.

Lo Spacchettamento Procrastinato è riconoscibile da diverse features. Continua a leggere

Vestivamo alla pakistana. Capitolo I: Osama, quando la fetta di culo non è mai abbastanza spessa

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“There’s no time for poo!”.

E con questo abbiamo toccato il fondo.

Sembra l’atto finale di una commedia teatrale, ma calato il sipario, ci troviamo effettivamente di fronte alla fantasmagorica vita di Susanna, giovane donna nei suoi middle twenties, che cerca di tenersi a galla in questa spumeggiante metropoli europea.
A scrivere trailer del genere mi si accappona istantaneamente la pelle perché ho sempre odiato quelle commediucole da quattro soldi prodotte in serie che ammassano gli scaffali delle librerie, ed è ancora più agghiacciante trovarsi a vivere giorno per giorno il sopracitato stereotipo.

Ma andiamo con ordine. A ritroso.
Il “there’s no time for poo” è l’ultima cosa che ho sentito dire da Osama a Monster.
Provo molta pena per tutte e due, ma ancora di più per il Calliffo (lo step-father) il quale furbescamente non è mai in casa, ma sempre in giro a menar la ciolla   per l’Europa/Sud est asiatico, tanto da domandarmi quanto la moglie spenda di carta vetrata per limarsi le corna ogni sera.

Monster dovrà dunque tenersi la poo per tutto il pomeriggio e sinceramente sarà una prova di coraggio dal momento che caga come un elefante col colon prolassato, merito dell’impeccabile cucina finto-pakistana che Osama si ostina a somministrare all’intera famiglia, nel vago tentativo di rimanere aggrappata a delle radici che ormai non sono più neppure sue, nata lei insieme a tutte le sorelle in quel di Loch Lomond (ameno villaggetto in provincia di Glasgow) da genitori pakistani che non hanno mai imparato la lingua (immaginate le grandi risate isteriche di me che cerco di capire cosa vogliono al telefono).
Sarà anche per questo che sono forse l’unica expat che invece di lievitare perde chili come una modella polacca prima di una sfilata (il paragone non è casuale vista la quantità di ossa che cammina per il centro, data la London Fashion Week)?

Questa famiglia davvero meriterebbe una sit-com tutta per loro su Comedy Central o sulla HBO.
Di certo si meritano un post sul mio blog e forse anche due o tre. Continua a leggere

Ma quanto sce piace vaggià

ukDovrei scusarmi per non aver aggiornato il blog nell’ultimo mese e mezzo, ma siccome non me ne frega una sega non vi dico manco come si sta qui e parto subito in medias res. Ho un sacco di post sociologici e pipponi mentali sull’estate londinese e il Royal Baby e quanto fa caldo qui perchè in questo maledetto isolotto non succede mai nulla di interessante e quindi quando il sole piscia sul Regno Unito apriti cielo e tante altre bellissime e interessantissime cose che vi propinerò nei prossimi giorni.

Per ora beccatevi la telecronaca del mio viaggio di ritorno dalla Scozia iniziato ieri e conclusosi stamattina. Non so come sono sopravvissuta.  
(Escludo un’ora di viaggio da Balloch a Glasgow in cui ho sonnecchiato e mi sono fatta un centinaio di selfies ispirate e piene di sentimento).

1a ora:

Mi scappa la pipí e ho davanti a me 11h di viaggio. No stop.
Bene.
E ho pure speso 30p per andare al cesso prima di partire.
Sto anche bevendo come un cammello perché ho la glicemia a 2000. Infatti mi sono detta: viaggio lungo=snack come se non ci fosse un domani; solo che li ho finiti prima di partire e ora devo anche centellinare l’acqua che ho sapientemente riempito nel cesso a pagamento (con acqua calda of course visto che gli spilorci inglesi vogliono che io compri acqua nei loro mini market…fuck the system! Aspetto che le leggi della termodinamica facciano il loro corso e l’acqua si raffreddi).

Ma davvero non ci fermiamo fino a domani mattina?
Io muoro. E la mia vescica pure.

Ho chiesto all’Universo di avere come vicino di posto un aitante rugbista scozzese rosso crinito. Risultato: sono da sola nella mia fila.
Mi sa che la legge dell’attrazione funziona al contrario con me.
Poteva mandarmi Ed Sheeran, almeno avrei avuto una colonna sonora di viaggio decente invece dell’africana che snorka ogni 30 secondi dietro di me e gioca a cricket col mio sedile mentre urla al telefono.
Non ho caricato le canzoni di Ed sull’mp3 e non ho internet, canteró nel mio cervello…
Gimme little time to meeeeeee to soooort it out we will play hide and seeeeeek to turn this around e lallalalalalalalalala the taste that your lips allowed ma ma ma mayyyy gimme lovee ma ma mayyyy gimme loveeeee (parole a caso, non mi ricordo esattamente il testo).

2a ora:
Avvistato uomo dalla faccia piccolissima in cerca di una plug per il suo cellulare.
Avró contato almeno 34567 mucche.
Amo la Scozia.
Una punk inglese di 45 anni mi ha rivelato l’esistenza della toilet sul bus.
Dio benedica la regina e i Sex Pistols.
Intanto continuo a documentare il progressivo degrado dei miei compari di viaggio.

3a ora:
Balle di fieno e mucche.
Mucche bicolore.
Bevuto acqua non potabile della toilet sul bus. Moriró?
Monitoreró la situazione.
Africana continua a snorkare anche nel sonno e dopo avermi chiesto di raddrizzare il mio sedile già a 90 gradi. Wtf.
Del rugbista scozzese bono non v’è traccia. Continua a leggere

This is our last night

Bjorn_Kowalski_Hansen_17Bon regaz, ultimo post da residente in Italia, domani alle 14.20 si leva le tende forevah and evah e io sto cercando di raccapezzarmi con valige, check-in, amici da salutare ecc… e imprevisti dell’ultima ora. Infatti e ovviamente, solo io potevo rendermi conto a 24h dalla partenza di aver comunicato l’aeroporto di arrivo sbagliato alla family, Gatwick invece di Heathrow; sono troppo ganza per fare la figura della gelataia e mandargli l’sms con: “Sorry I made a mistake”, così mi sono cercata il tragitto  giusto per arrivare a Clapham Junction dove il K. mi caricherà in macchina e andremo nella mia nuova casa a Brixton.

L’Occhio di Sauron nel frattempo continua a cucinare, forse per sdrammatizzare l’ansia. Cucina, cucina come se non ci fosse un domani, come se dovessi trasferirmi in un gulag russo o nella Terra del Fuego, dove mi nutrirò di bacche e carcasse di animali deceduti per cause non meglio identificate. Come al solito pensa che non sarò in grado di cavarmela da sola in terra straniera, ma se ce l’ho fatta l’anno scorso in Giappone, non vedo perchè non dovrei ora, in un paese di cui addirittura capisco la lingua! Lusso.

Mio padre mi fa domande assurde del tipo:”Hai dei giorni di riposo? Ma puoi stare in casa nei giorni di riposo? Dove ti laverai? Ti devi portare dei piatti di plastica? Ma sei in nero?”. Disagio. Mia sorella prenota ventordici voli per Londra. Doppio disagio.

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You say goodbye and I say London

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Oh allora.

Un bel post fresco fresco per aggiornarvi sulle ultime novità, un post ampio che farà da cappello a una serie di post successivi dove tornerò a parlare di dettagli insignificanti della mia vita come i differenti modi di tostare il pane integrale a seconda della marca di tostapane, le aberrazioni twitteriane di cui sono quotidianamente testimone, i commenti ai racconti pseudo-pedo-erotici che tanto vi piacciono, le nuove catastrofi naturali/morti accidentali che ho causato con i miei poteri divini, i miei infiniti peregrinaggi tra ASL – farmacie – ospedali – motorizzazioni che manco Mosè nel deserto (rendiamoci conto dei livelli a cui siamo arrivati: ho dovuto digitare ‘bibbia 40 anni deserto’ perché non mi veniva in mente il nome).

Per ora sappiate che settimana prossima (il 19) espatrio. Nel Regno Unito. Per sempre. Potrei anche non scriverlo dal momento che tale blog viene letto solo dai miei amici, ma fingiamo di essere coerenti e tenere aggiornato anche l’equadoregno che si connetterà per sbaglio in cerca di quel famoso porno con Susanna e la panna.

Tra l’altro siccome sono una Susanna coi controcazzi, butto via 5 anni di università e vado a fare la Nanny live-in. Non vi spiego cos’è per evitare di compromettere in maniera permanente la mia dignità, ma tento di salvare il salvabile dicendovi che è un buon modo per cominciare a vivere a gratis all’estero e anzi venire pagati in cambio di poche ore di lavoro al giorno, che lasciano il tempo per concentrarsi su altro, come diventare la nuova Elliot Erwitt ad esempio, frequentando corsi singoli in una delle più prestigiose università di libere arti.  Continua a leggere

Piccole Susanne crescono

#happinessOggi è una giornata climaticamente perfetta, ignoro il fatto che dovrei depilarmi le gambe, mi faccio selfies (autoscatti nda) che mi catapultano alle Bahamas, mi chiedo perchè non ho un marito bello, bravo, giovane e talentuoso come Tom McFly e prendo lezioni di guida con mio padre.

Anche io alla fine sto cedendo ai dogmi della società contemporanea e mi sto trasformando in un membro attivo, indipendente, responsabile delle proprie azioni, in grado di guidare un mezzo locomotore. “In grado”, “guidare” e “mezzo locomotore” sono ovviamente degli eufemismi, dal momento che per ora mi limito ad andare a 35 km/h con la mano di mio padre piantata sul freno a mano e il codazzo di gitanti della domenica che chiedono solo di andare a svaccarsi in Svizzera e invece devono sorbirsi la Susannina al volante.

E’ il caso in cui davvero il detto:”Donna al volante, pericolo costante”, è valido. Validissimo. Gli amici con cui faccio pratica non hanno il cuore di dirmelo anche se leggo il terrore e il panico nelle loro pupille dilatate e nei rigoli di sudore che adornano i loro colli. Mio papà invece non ha nessuna remora ha sottolineare il fatto che sono un pericolo pubblico, non tiene conto dei miei precedenti e mentre inforco la terza senza guardare l’anziano che sta attraversando le strisce pedonali, sento il suo sguardo ricolmo di pentimento e rammarico per non aver avuto un figlio maschio. D’altronde lui lo fa per lavoro (guidare, non generare figli maschi). Continua a leggere

Laurearsi è un po’ come morire

a buon intenditor, poche paroleBuongiorno popolo di Internet, è giunto il momento di presentarmi a voi come un adulto laureato e disoccupato pieno di incognite sul futuro e angoscia esistenziale con un certo horror vacui che le devasta l’animo. Niente di nuovo direte voi, ma l’horror vacui mi rende una persona estremamente instabile, ancora più instabile di quello che non sia già e mi spinge a prendere decisioni completamente a caso, ma questa è un’altra storia.

Ora parliamo del fatto che mi sono laureata. Big deal. Più per la mia famiglia che per me, perchè non me ne sono nemmeno resa conto. Ero calma come un Buddha, pure quando la commissione ha distrutto la mia tesi reputandola superficiale e poco collimante col titolo, anche se nel video che l’Occhio di Sauron mi ha fatto, trasudo Male Puro. Continua a leggere

Conato is a lifestyle

KeepCal-50228Risorgo momentaneamente dal mio letto di dolore per aggiornare il mondo sul fatto che sono ancora viva, ma mentalmente non lucida.

Ovviamente non sono in salute essendo Susanna, se fossi una persona sana di mente non mi chiamerei Susanna, non avrei un blog che aggiorno ad minchiam e con le peggio cacate che mi vengono in mente, non starei facendo una tesi che odio, non mi farei assalire da occasionali e totalmente patetici attacchi di panico, dubbi amletici sul futuro, e status mentali che viaggiano dallo sconforto puro alla depressione più nera, all’agonia.

Ovviamente tutto questo è generato da Conato, a cui sto attribuendo sembianze antropomorfe (come ogni oggetto che mi circonda, non so se vi ricordate lo Specchio, la Lavatrice e altre amenità) e che sta diventando il mio peggior nemico, ma anche il riflesso di ciò che sono io ora. Nella mia spirale di pazzia e illogicità vedo Conato come un tizio con la panza, che sorride poco, con un calzino bucato e l’altro lercio, i mutandoni verde marcio, le spalle pelose, l’alito che sa di morte, che sta perennemente svaccato in poltrona e che quando gli parli o fai una qualsiasi domanda ti guarda con lo sguardo vacuo e rutta (e non sto parlando dei miei amici maschi!).

E’ patetico, ridondante e insipido, uno di quei tipi che eviteresti come la peste. Che poi è quello che sto facendo io, infatti nonostante sia arrivata alla bellezza di 249 pagine ( ne mancano ancora una 50ina), vi assicuro che non sono in grado di dirvi di cosa parli esattamente questa tesi; è più che altro un’accozzaglia di paroloni, scopiazzature mistificatorie, interi pdf tradotti con Google Translate,  tante immagini, 20 parole per pagina e spazi bianchi.

Spazi bianchi everywhere. A profusione. Citazioni minimal piazzate ad arte in una pagina vuota tipo: “La più importante rete delle città siete voi. Le città sono solo una manifestazione fisica delle vostre interazioni, delle nostre interazioni, e il raggruppamento a comparti di individui” o “Incontriamo la rovina quando l’uomo diventa parte della natura”.

Cazzate. Tutte grandi, enormi, favolose, incommensurabili cazzate.

Ma il popolo vuole questo e noi da bravi intrattenitori glielo diamo. E chi sono io per negare questo dolce piacere?

DISCLAIMER: Ai lettori normali e seri, con una famiglia, una morale e un contegno dico di fermarsi qui. A tutti gli altri dico di continuare.

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